11 Maggio 2005

Si ammalò per il fumo passivo maxi-condanna al ministero

Si ammalò per il fumo passivo maxi-condanna al ministero

Il dicastero dell`Istruzione dovrà pagare un risarcimento di 400 mila euro agli eredi di una dipendente

Roma Sentenza choc: quasi quattrocentomila euro come risarcimento danni agli eredi di una donna che si è ammalata di cancro ai polmoni per aver dovuto subire, per dodici anni, il “fumo passivo“ delle sue colleghe. Ad essere condannato è il ministero dell`Istruzione che è stato ritenuto colpevole, dal Tribunale Civile di Roma, per non aver vigilato sulla salute della propria impiegata. La sentenza, emessa ieri, è destinata a fare giurisprudenza: è presumibile, infatti, che altre vertenze possano ora seguire la scia di questa. Fino ad ora, in Italia, i tribunali avevano riconosciuto, in qualche modo, l`incidenza diretta dell`esposizione al fumo passivo come causa del danno. Ma si era trattato di episodi circoscritti, e tutti non riferibili a casi generali. Da ieri tutto cambia.
Il fatto, su cui era stato chiamato a giudicare il tribunale civile di Roma, fa riferimento ad avvenimenti relativi a ben venticinque anni fa. Maria Sposetti fu assunta dal Ministero dell`Istruzione nel maggio del 1980. Impiegata. Il suo posto di lavoro era un`angusta stanzetta, quattro metri per quattro, che doveva dividere con altre tre colleghe, tutte accanite fumatrici. «Un ufficio a livello stradale, con una sola finestrella che dava sul marciapiede e che, se aperta, faceva entrare tutti i fumi delle auto di passaggio – spiega il marito, Ferruccio Di Bari – Lei non fumava e si lamentava spesso con le colleghe. Ha chiesto anche, inutilmente, che i dirigenti le cambiassero posto di lavoro. Tutto inutile». Inimmaginabile, all`epoca, l`uso di aeratori o di condizionatori per il riciclo dell`aria; ma già allora doveva essere rispettato un decreto, emesso nel `56, che avrebbe dovuto garantire un posto di lavoro salubre alla donna.
La conclusione: dopo dodici anni alla signora fu riscontrato un tumore al polmone destro. La perizia non lasciò dubbi: la massa tumorale era direttamente riconducibile all`esposizione al fumo passivo, dal momento che era stato evidenziato un “carcinoma epidermoidale“. Inevitabile l`intervento chirurgico per l`asportazione della parte colpita e una lunga terapia di chemio. Le cure, che servivano a sconfiggere il cancro, hanno, però, prodotto una serie di danni collaterali: era apparsa una grave forma di asma bronchiale, tanto più grave per l`assenza di un polmone, una forma di enfisema, oltre che alla totale caduta dei capelli. A questo stato si aggiunse, successivamente, uno stato di grave depressione causata dalle gravi patologie che doveva, di volta in volta, affrontare. La vita della povera donna finì tragicamente nel febbraio del 2000: rimase vittima di un incidente stradale.
Gli eredi, però, supportati dal Codacons, decisero egualmente di adire le vie legali nei confronti del ministero dell`Istruzione. Tema della vertenza giudiziaria, la mancata osservanza delle norme contenute nella legge 626: una norma, che risale al `99 e quindi non prevedeva ancora il divieto di fumo nei locali di lavoro, ma che conteneva norme sufficienti, già allora, a tutelare la salute sul posto di lavoro.
Dopo due anni di udienze, ieri mattina la sentenza: il ministero è stato condannato a pagare 395.725 euro di danni (263.000 per danni biologici e 132.000 per quelli morali), più 3.500 euro di spese legali. Una cifra ragguardevole: non solo la più alta mai stabilita, in Italia, per vicende simili. Ma addirittura superiore a quelle riconosciute all`estero, dove vertenze di questo tipo sono assai più frequenti.
«Per noi – spiegano al Codacons, l`associazione tra i consumatori – è una vittoria esemplare che potrebbe aprire la strada a migliaia di cause simili».
Fino ad ora, però, in Italia la giurisprudenza è stata molto prudente. I precedenti si contano sulle dita di una mano. Nel 2002 due dirigenti della Banca Paribas, filiale di Milano, furono condannati, in sede penale, per aver provocato la morte di una loro dipendente: “omicidio colposo“. La donna morì in seguito a una gravissima crisi respiratoria che i sanitari imputarono al fumo passivo respirato dalla signora sul posto di lavoro. Il tribunale, all`epoca, fissò una provvisionale molto bassa, anche perché si trovò di fronte a un fatto senza precedenti. La madre della ragazza sosteneva che la figlia era morta, non tanto per il fumo inalato, quanto per un`allergia provocata da qualcosa che aveva mangiato a pranzo; il marito e il genero della giovane, al contrario, avevano esplicitamente ricollegato il malore al “fumo passivo“. Il 10 aprile di quest`anno, infine, la Corte di Appello di Roma stabilì che l`Ente Tabacchi doveva pagare duecentomila euro di danni ai familiari di un fumatore accanito, morto per carcinoma polmonare: l`uomo, durante tutta la sua vita, non era mai stato informato dei “gravi pericoli derivanti dal fumo“. L`Ente, secondo i giudici, avrebbe dovuto avvertire i clienti dei rischi legati al tabagismo.

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