20 Aprile 2020

«Sempre fatto quel che si poteva»

Diego Pintarelli è medico e presidente della Casa di riposo Santo Spirito Fondazione Fondazione Montel di Pergine, una realtà dove Covid 19 ha colpito duramente facendo oltre quaranta morti. Come amministratore ha vissuto un mese drammatico e ha conosciuto anche sulla propria pelle l’ aggressività del virus, rimanendo infetto e dovendo stare in quarantena. Ora sta bene ed è in attesa di tampone per ricevere la “patente” di immunità. Dottor Pintarelli, nelle case di riposo trentine c’ è stato, lo dicono i dati dell’ Istituto superiore di sanità, un altissimo indice di mortalità da coronavirus. C’ è stata una sottovalutazione del problema? Adesso ovviamente sono tutti professori perché man mano che si vede l’ evoluzione della pandemia si può ipotizzare cosa poteva essere fatto diversamente. Diciamo che non noi ma tutto il mondo non era preparato. L’ abbiamo fronteggiata coi mezzi che avevamo a disposizione. A Pergine è stato uno tsunami. Abbiamo sempre affrontato l’ emergenza applicando i protocolli che arrivavano da esperienze di altre regioni confrontandoci sempre con l’ Azienda sanitaria provinciale e con la task force che coordinava gli interventi, con il dottori Nava e il dottor Ruscitti principalmente. Non abbiamo mai preso iniziative personali e secondo me ci siamo attivati prestissimo, abbiamo creato una zona Covid attivando tutte le precauzioni per il personale con i dispositivi forniti da Azienda e Upipa ma anche attivandoci a comprare mascherine di cui sembrava ci fosse disponibilità ridotta. Sembrava? Sì, devo dire che per quanto riguarda la nostra struttura i presidi di protezione non sono mai mancati. Dunque non è vero che c’ è stata una mancanza di regia da parte dell’ ente pubblico e dell’ assessorato provinciale alla sanità? Secondo me no. Il nostro direttore si è sempre confrontato quotidianamente con l’ Azienda sanitaria. D’ altra parte credo che l’ Azienda basasse le proprie direttive sull’ esperienza di altre regioni. Ci siamo “arricchiti” tutti. Ora alla luce del poi chiunque può dire che si poteva fare meglio ma quando c’ è un emergenza ci si muove con i mezzi e i tempi a disposizione e secondo le direttive che emergono in quel momento; ripeto che nessuno nel mondo era pronto ad affrontare un’ esperienza così devastante. Il problema che nelle Rsa del Trentino è stata più devastante che da altre parti. Da noi il problema è esploso in tempi velocissimi. Da due casi non particolarmente sintomatici e difficili da individuare il virus è esploso contaminando gli ospiti di due piani ma nessuno pensava a una diffusione così rapida. In quei giorni Upipa e Provincia litigavano sulla chiusura totale, voluta dalla vostra organizzazione, e l’ apertura concessa ai familiari caldeggiata dall’ assessore Segnana. A maggior ragione mi vien da dire che siamo stati più avveduti, ma capisco anche la Provincia. Da noi quando abbiamo deciso di chiudere ci sono state dimostrazioni davanti alla casa di riposo. La Provincia probabilmente sollecitata dai parenti ha pensato di applicare una soluzione soft ma un parente per ogni ospite da noi significava far entrare ducento persone al giorno e la possibilità di contagio era infinita. Siamo stati più restrittivi e quantomeno siamo riusciti a mantenere indenne la struttura di via Marconi, dove ci sono settanta ospiti tutti negativi, come il personale. Questo dimostra secondo me che i principi applicati erano corretti. Purtroppo in via Pive siamo arrivati tardi quando il virus era già entrato. Quindi colpa del caso? Inutile cercare colpe? Adesso c’ è l’ indagine della magistratura sollecitata dal Codacons ma io sono convinto che è stato fatto tutto quello che si poteva fare. Non ci sono state improvvisazioni o iniziative non in sintonia con l’ esperienza sanitaria, che era il nostro riferimento in assenza di esperienze precedenti o protocolli particolari. Abbiamo fatto tutto quello che ci è stato detto di fare e su questo siamo molto tranquilli. Solo in pochi casi i vostri ammalati sono stati mandati in ospedale. Come mai? Decide il medico che ha in carico il paziente in casa di riposo. Noi nei primi casi abbiamo sentito i medici ospedalieri che hanno suggerito di trattanerli “in casa”. Non so se avevano paura di portare il virus all’ interno o meno. Per noi ovviamente sarebbe stato facile mandare tutti in ospedale ma allora era riservato a una certa tipologia, pazienti giovani con problemi respiratori importanti. Giustamente mi vien da dire, di fronte a un’ emergenza. Ora com’ è la situazione in via Pive? Mi pare stabilizzata, da due o tre giorni non ci sono più decessi né nuovi contagiati. Abbiamo due piani liberi con ospiti negativi e altri due dove si continua a fare i tamponi per vedere se si negativizzano e spostarli sugli altri piani. Siete ancora una struttura dove concentrare i malati di altre case di riposo, per tenerle “pulite”? Quella era una soluzione ponte indicata dalla Provincia finché non apriva la nuova struttura di Volano. Ora siamo concentrati sul ritorno alla normalità. Normalità che significa anche riaprire a nuovi arrivi, sbloccando le graduatorie? Penso che si possa tornare ad accogliere, con tamponi negativi per non importare situazioni a rischio. Sulla riapertura alle visite dei parenti sarei invece più cauto, non vorrei assistere a un ritorno visto che riapriranno a breve anche fabbriche e negozi. Ricordiamoci che gli anziani sono la categoria più vulnerabile. F.G.

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
WordPress Lightbox