21 Maggio 2022

SEGRE E FERRAGNI: LETTERA APERTA DEL CODACONS A SENATRICE E COMUNITA’ EBRAICA

     

    “Gentilissima Senatrice Liliana Segre,
    Le indirizzo questa mia nel rispetto assoluto della Sua vicenda e della Sua figura. Un rispetto doveroso e meritato che però non mi impedisce di essere sincero (come sempre): non Le nascondo quindi, fin dall’inizio, che quando ho letto le Sue dichiarazioni riguardanti Chiara Ferragni e la memoria della Shoah sono rimasto di stucco.
    Prima di spiegarLe perché a mio parere si tratta di concetti fuori posto, non è inutile ed è anzi doveroso rinnovare a Lei Senatrice la nostra stima, la più profonda solidarietà per le ignobili aggressioni di cui è stata oggetto in passato (e non solo) e il nostro profondo rispetto per la sua storia personale che la rende preziosa testimone di una tragedia, l’Olocausto, che è e rimarrà tale, sul quale non è tollerabile alcun revisionismo, negazionismo o sottovalutazione. Questa è una premessa di merito magari ridondante, ma che di questi tempi è indispensabile per sviluppare il ragionamento: ci consente infatti di proseguire senza aprire o avallare in nessun modo altri piani di “confronto”.
    Se è vero che razzismo, antisemitismo e xenofobia non possono essere tollerati dalle società democratiche perché minano le fondamenta stesse della comunità, e che le battaglie che Lei Senatrice porta avanti devono essere condivise e sostenute da tutti coloro che si riconoscono nei valori di libertà e democrazia sanciti dalla nostra Costituzione, questo però non significa essere d’accordo su tutta la linea con Lei: e io, francamente, non lo sono affatto.
    Le mie ragioni sono le seguenti. Non si tratta di una questione di principio: anche noi abbiamo invitato Chiara Ferragni, con cui pure abbiamo avuto tanti scontri in passato, al convegno sui social organizzato dal Codacons per il 6 luglio all’Auditorium di Roma. Ma in quel caso si tratta dell’ambito di cui la Ferragni è vera esperta e si occupa tutti i giorni. In questo invece Lei, Senatrice, sembra quasi dire: qualsiasi modo per richiamare ragazzi e giovani sul tema dell’Olocausto è lecito, meglio in “tanti”, a prescindere dalle ragioni per cui “vengono“, che “pochi“. Il rischio è evidente: confondere la quantità con la qualità, privilegiando la prima a danno della seconda, e dare per scontata una scelta che scontata non è affatto (anzi): va bene che diventino (forse) “tanti”, i ragazzi interessati all’Olocausto, ma quali “tanti“, e a che prezzo?
    Di fronte a questo punto di vista, che mette l’accento sull’obiettivo numerico e quantitativo, 3 domande mi sorgono spontanee. Eccole in sequenza:
    1) Se è vero infatti che “tanti giovani” potrebbero interessarsi alla Shoah sfruttando la capacità di richiamo dell’influencer di turno, e che questo risultato in sé sarebbe senza dubbio positivo, non pensa che proprio la formula scelta per aumentare la partecipazione svuoterebbe del tutto la portata culturale umana e storica della cosa? Servirà davvero alla sua battaglia portare Claudio di Empoli, che tiene gli occhi fissi sulle scarpe dello stilista di moda indossate dal compagno di banco e al contesto circostante non dedica neanche uno sguardo?
    2) Pur con il fine (nobile) di diffondere la memoria su una tragedia storica, come si può mescolare un vissuto così doloroso e straziante, un universo di umanità sofferente e sconfitta che va sempre tutelato e difeso, con un messaggio di segno opposto, fatto di abiti firmati, griffe alla moda e opulenza dichiarata?
    3) Non si tratta forse di un triplo salto carpiato, tanto ardito da far almeno dubitare dell’opportunità di operazioni del genere?

    “Influencer, insomma, che ci si nasca o meno, bisogna soprattutto rimanerci: e per farlo, bisogna alzare l’asticella di continuo, stupire e intrattenere senza soste, in un tiro alla fune che alla lunga finisce per disperdere completamente il punto di vista, e gli interessi, del pubblico. Pubblico diventato ormai solo strumento, o bersaglio, di questa operazione nevrotica e infinita: praticamente, oggetto“.
    Il dramma dell’Olocausto e la borsetta di Tizio o Pincopallo sono come il rosso e il verde: non si accordano bene. Troppa distanza tra ambienti, atmosfere, emozioni. Le vie della moda, i gioielli in mostra, la beneficienza ostentata non c’entrano proprio niente con la Shoah: è evidente che qualcosa, in questo incontro, è fuori posto. Dirlo, e anzi denunciarlo, è giusto e anzi doveroso. E se nel mondo del marketing, Senatrice, un po’ di margine va tollerato per aumentare la capacità di richiamo, per rendere il prodotto catchie, qui nessuno pare ricordare che non si tratta di marketing, non di commercio o di profitto o di mercato, ma di uno spazio che si colloca del tutto altrove (la memoria della collettività). Nessuno pare accorgersi che seguendo questa strada – mettendo cioè insieme business e tragedia, danari e dolori – si produce un cortocircuito completo, accompagnato dal rischio – concretissimo – di invalidare del tutto il senso educativo dell’esperienza formativa. Lei può andare ospite dai Ferragnez a parlare di Olocausto, certo: ma tenendo bene a mente la beneficenza dalla Lamborghini, lo sperpero di cibo nel supermercato, e i testi delle canzoni che – per carità – esprimono senza dubbio e legittimamente la libertà creativa dell’artista – ma in molti casi appaiono troppo lontani dalle tematiche che Le e ci sono care. Chiara Ferragni è una brava imprenditrice, anche bella e simpatica, e su questo non ci piove. Ma nella vita c’è luogo e luogo, situazione e situazione, persona e persona: sempre meglio tenerle distinte.
    Per questa ragione torno a chiedere a Lei, Senatrice, alla Sua lucida onestà intellettuale, domando: davvero secondo Lei questo Regno del Nulla, questa ridda di esaltazioni della ricchezza, autocelebrazioni e atti diseducativi, rappresenta la sola speranza rimasta, per educare i nostri figli alle cose che contano della vita? Non crede anche Lei che, se così davvero fosse, dovremmo già fermarci a riflettere, e ammettere una cosa su tutte – e cioè che la nostra società è costruita in modo disequilibrato e diseducativo, propaga modelli distorti e sbagliati, ha qualcosa che non va di piuttosto evidente, e andrebbe in primo luogo trasformata, modificata, rivoluzionata?
    Io, l’avrà capito, credo che le cose stiano così. Sono curioso di conoscere il parere della comunità ebraica in proposito. Le chiedo di porsi solo un dubbio e le stesse domande: sono sicuro che arriverà alle mie stesse risposte. Non ne sarei felice, mi creda: ma almeno, con un punto comune, sapremmo da dove incominciare.

    Con profondo rispetto,

    Carlo Rienzi
    Presidente CODACONS”

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