19 Maggio 2020

Se la Fase 2 tocca anche i doveri

di Nicola Colaianni Da ieri, inizio della fase 2, ovunque in Italia il cosiddetto distanziamento sociale è identico. Sul punto hanno vinto i sindaci, grazie all’ intransigenza mostrata al Governo dal presidente della loro associazione, il barese Antonio Decaro. Il virus – egli ha ricordato al presidente Giuseppe Conte – non conosce le ripartizioni amministrative dello stato italiano, aleggia indiscriminatamente su tutto il territorio nazionale. Ciò avrebbe comportato che anche le altre regole fossero identiche dappertutto. Ma non è andata propriamente così. In Puglia dobbiamo registrare la massima apertura, il contrario invece in Piemonte, in Campania niente ristoranti e bar, in Alto Adige-SüdTirol solo gli impianti sciistici sono chiusi. Un Paese a geometrie variabili. Ma legittime grazie al DPCM di domenica scorsa. Formalmente è un decreto del presidente del consiglio dei ministri, che fissa in effetti regole e parametri ma poi dà via libera alle linee-guida stabilite dalle stesse Regioni. Prima queste potevano adottare solo misure più restrittive di quelle decise a livello centrale: dichiarare, per esempio, “zone rosse” quei comuni che rischiano di alimentare nuovi focolai di contagio o posticipare per tale motivo le date di apertura (per esempio di cinema, palestre od oratori) fissate a livello centrale. Non potevano, invece, allentare le misure governative, per esempio anticipando quelle date. Ora, invece, hanno ottenuto di poterlo fare. Non sta scritto nel decreto. Ma certo l’ autonomia ricevuta è affidata alla loro responsabilità. Non basta, per esempio, allentare le precauzioni sulla base del semplice valore attuale di replicazione del virus in un territorio circoscritto quale quello di una Regione. Come è già accaduto un paio di settimane fa con l’ ordinanza di riapertura di bar e ristoranti emanata dalla presidente calabrese. C’ è voluto un processo davanti al Tar della Calabria per rimetterla in riga. Con grave dispendio di risorse personali, finanziarie e di tempo. Oltre all’ avvocato dello Stato, infatti, vi hanno partecipato ben 12 (dodici) avvocati in rappresentanza non solo della Regione, che senza badare a spese ne ha nominati addirittura tre, ma anche di Comuni come Amendolara e Tropea (più sobriamente, si sono limitati a due a testa), di bar e pasticcerie varie oltre che dell’ immancabile Codacons, prezzemolo in ogni minestra. l di Nicola Colaianni segue dalla prima Giustamente, per adempiere come si deve al mandato ricevuto, i difensori hanno sollevato ogni possibile questione preliminare ( conflitto di attribuzioni, questioni di costituzionalità, mancanza di interesse ad agire dello Stato, ecc.). I giudici si son dovuti così impegnare con una sentenza di ben 25 pagine per poter riconoscere nelle ultime due l’ applicabilità di un chiaro principio costituzionale: quello di sussidiarietà, per cui, siccome il virus supera ogni confine, occorre che le contromisure siano prese unitariamente al livello superiore del Governo. Il cattivo esempio calabrese, che prima era patologico, rischia ora con il nuovo decreto di diventare fisiologico se dovesse difettare il senso di responsabilità. Sì da costringere il Governo ad inseguire le Regioni promuovendo cause presso i vari Tar. Certo, sarebbe più opportuno che esso si sostituisse alle Regioni irresponsabili, come previsto dalla Costituzione in caso di pericolo grave per l’ incolumità pubblica. Ma ancora più opportuno sarebbe che le Regioni prima di allentare o irrigidire le precauzioni attivassero una qualche forma di intesa, consultazione o anche solo informazione nei confronti del Governo: è il principio di “leale collaborazione”, pure stabilito dalla Costituzione. Le riaperture differenziate non sono una specie di autonomie differenziate. È vero che i pletorici comitati di esperti tendono ad attuare una specie di ” scienza difensiva” con le loro precauzioni molto restrittive. Ma allentarle in maniera scoordinata da parte del potere politico dà l’ impressione di un premio dopo il castigo o, peggio, di una concessione per acquistare consenso. Far indossare al Paese il vestito di Arlecchino confezionatogli da Regioni smaniose di fare ognuna da sé indebolisce le difese di una Repubblica, che ha bisogno d’ essere “una e indivisibile” almeno di fronte al virus. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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