23 Luglio 2019

Se Dorian Gray diventa 4.0

invecchiarsi con face app, una mania contagiosa
Poi si possono rilevare degli archetipi culturali. Quindi FaceApp diviene Il ritratto di Dorian Gray 4.0, moltiplicato su scala planetaria, anzi globale, per dirla con un termine d’ obbligo. Fu lo stesso Billy Wilder a riprendere il tema dell’ eterna giovinezza nel suo penultimo film, Fedora, del 1978, dove la brava e sottovalutata Marthe Keller ha il ruolo della figlia della diva cui è intitolata la pellicola, costretta a una serie di modifiche del suo corpo per reggere il mito di una madre che sembra non invecchiare mai e continua a trionfare sugli schermi di tutto il mondo. Il regista non fa altro che riprendere una tipologia misterica che attraversa i secoli. Vi aveva attinto anche H. Rider Haggard per il romanzo La donna eterna o Lei, dominato dalla figura numinosa di Ayesha, che tornerà in ben tre libri dello scrittore. O gli abitanti di Shargri-La in Orizzonte perduto, di James Hilton. Sul registro del grottesco, dell’ ironia e della satira hollywoodiana, vi torna Robert Zemeckis con La morte ti fa bella, del 1992. L’ autore della trilogia di Ritorno al futuro, affida alla bellissima Isabella Rossellini la parte di una maliarda alchemica che ha scoperto un filtro con cui assicurarsi la permanenza delle proprie doti di madre natura… A patto di non procurare al fisico danni che sarebbero irreparabili! Per gli uomini, alegga nei millenni la tenebrosa personalità del Conte Saint-Germain, citato anche da Umberto Eco in Il pendolo di Foucault, che fece periodiche apparizioni vantando la propria immortalità. In L’ enzima Matusalemme, un thriller medico di Fred Mustard Stewart, un gruppo di vegliardi ricchi irretiscono giovani cui sarà estratta una sostanza metabolica che dona la longevità, ma accelera il decadimento delle cellule degli inconsapevoli donatori. Tornando a FaceApp, dietro l’ ennesima variante del costume nella società postmoderna, si pongono questioni più prosaiche. Tanto da far muovere il Codacons. Il nuovo fenomeno della rete farebbe capo alla Wireless Lab OOO, un’ azienda con sede a San Pietroburgo. Il problema è sapere con certezza se le manipolazioni visive delle foto degli utenti non permettano di raccoglie dati utlizzabili a fini differenti dal mero diletto digitale. Dalla Wireless Lab OOO, che è una startup fonda da Yaroslav Goncharov, sono venute le precisazioni necessarie: «FaceApp fa la gran parte del lavoro di elaborazione delle foto nel cloud. Noi semplicemente carichiamo la foto selezionata dall’ utente per elaborarla. Non trasferiamo nessuna altra immagine del telefono nel cloud. Possiamo memorizzare le foto nel cloud per ragioni di prestazioni e di traffico: vogliamo essere sicuri che l’ utente non debba caricare la foto ripetutamente per ogni operazione di elaborazione. La maggior parte delle immagini vengono cancellate dai nostri server 48 ore dopo il caricamento». Non solo: «Accettiamo la richiesta degli utenti di cancellare i dati dai nostri server. Il nostro team di supporto è attualmente sovraccarico, ma queste richieste hanno la priorità. Per assicurarsi che ciò avvenga in tempi rapidi, consigliamo di inviare una richiesta tramite l’ app FaceApp andando in Settings -Support -Report a bug utilizzando la parola Privacy nell’ oggetto. Stiamo lavorando per migliorare l’ intelligenza artificiale anche in questo contesto». Oltre venti anni fa lo studioso Paul Wallich scrisse sullo Scientific American: «Forse un giorno Internet diventerà un’ autostrada dell’ informazione, ma per il momento assomiglia più a una ferrovia del secolo scorso che attraversa regioni infestate dai banditi. I nuovi utenti, che entrano a ondate nel ciberspazio in cerca di informazioni gratuite o di opportunità commerciali, costituiscono un facile bersaglio per gli imbroglioni, che sanno usare la tastiera con la stessa destrezza con cui Billy the Kid maneggiava la sua sei colpi».

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