4 Marzo 2012

«Schettino lasciò la nave: è un criminale» i naufraghi della Costa vogliono giustizia

«Schettino lasciò la nave: è un criminale» i naufraghi della Costa vogliono giustizia

Domenico Mugnaini Firenze. Sono stati i superstiti del naufragio della Costa Concordia, i primi ad arrivare intorno all’ area del Teatro Moderno di Grosseto, ieri aula del tribunale della città. Qualcuno si guarda intorno spaesato davanti alle tante telecamere e taccuini che subito si avvicinano. C’ è chi cerca con lo sguardo il proprio avvocato, altri ancora si avvicinano alle transenne per entrare all’ interno del Teatro. C’ è anche chi arriva a Grosseto in una doppia veste: naufrago e legale di una famiglia siciliana. È l’ avvocato Giuseppe Grammatico, che era sulla Concordia assieme alla moglie, e che qui è difeso da un collega di Messina, Pietro Fusca. È proprio Grammatico, chiamato a testimoniare anche dal pm Francesco Verusio nelle settimane scorse, a raccontare come il comandante della nave, Francesco Schettino, lasciò la Concordia quando a bordo «c’ erano ancora centinaia di persone» e «tanta, tanta confusione». «L’ ho visto dirigersi con altri quattro ufficiali verso prua – dice Grammatico – poi venne calata una scialuppa e lui era a bordo. Non l’ ho visto né cadere né scivolare sul tetto di quella scialuppa». Come legale della famiglia siciliana, padre, madre e due figli minori, aspetta di sapere se ci saranno novità per i risarcimenti: «Per ora loro lo hanno rifiutato, ma so che Costa sta pensando di rivedere caso per caso – prosegue l’ avvocato – e i miei assistiti sono tra coloro che hanno sofferto di più». Qualcuno, tra i superstiti, si saluta e si abbraccia: dalla sera del 13 gennaio scorso si sono rivisti ieri per la prima volta. Tutti hanno un doppio obiettivo: vogliono verità e giustizia. Nessuno assolve il comandante Schettino, «un criminale» dice Francesca Scaramuzzi di Biella. Tutti chiamano in causa anche la Costa Crociere. Ad Adriano Bertaglia, accompagnato dalla moglie Francesca che ha paragonato il naufragio «all’ apertura delle acque del Mar Rosso davanti a Mosè», non va proprio giù che a bordo nessuno riuscisse a calare le scialuppe in mare e che «si ruppero manovelle e ingranaggi». Alla giustizia si rivolge in particolare anche la mamma di Dayana Arlotti, la bimba di 5 anni morta assieme al padre. La donna non c’ è, ma il suo avvocato David Veschi dice che il primo obiettivo è riportare a casa il corpo della piccola, bloccato dopo lo stop agli accertamenti del Dna per il riconoscimento, in attesa dell’ udienza di ieri. Da questa fase, quella dell’ incidente probatorio, il gip Valeria Montesarchio ha escluso tutte le associazioni ambientaliste e dei consumatori presenti ieri. Una richiesta arrivata dal difensore di Schettino, l’ avvocato Bruno Leporatti, ma condivisa da tutti i difensori dei familiari delle vittime e dei naufraghi: «Cosa c’ entrano», dice un avvocato mentre aspetta la decisione del gip. Dopo la decisione del gip i più arrabbiati, anzi gli unici, sono proprio i rappresentanti delle associazioni. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, senza mezzi termini, parla di «un processo a metà». «Potranno rientrare nella seconda fase, ed essere ammessi come parti civili», ricorda l’ avvocato del Comune dell’ Isola del Giglio, Alessandro Maria Lecci, soddisfatto come tutti i suoi colleghi per il precisissimo quesito sottoposto dal gip ai periti, che hanno 90 giorni per rispondere. Il 21 luglio molti naufraghi, in assenza di un accordo con la Costa, torneranno a Grosseto, anche per sapere quando davvero si aprirà un processo i cui tempi non potranno essere brevi, anche se lo vorrebbero tutti. Il gip Valeria Montesarchio ha articolato in 50 dettagliati punti il quesito cui i periti dovranno rispondere esaminando la «scatola nera» della nave; il procuratore Francesco Verusio ha aggiunto, a sorpresa, a carico di Schettino e di parte dei co-indagati, la contestazione del reato di «distruzione di habitat in sito protetto». L’ udienza ha così marcato altri confini dell’ inchiesta che dovrà spiegare come e perché il comandante Francesco Schettino portò la sua nave sugli scogli del Giglio facendola semiaffondare con 4.229 persone a bordo. Un aiuto a chiarire le circostanze del naufragio arriverà dal poderoso quesito formulato dal gip Montesarchio ai periti e su cui si misureranno anche i consulenti delle parti. Quesito che ha messo d’ accordo tutti: in aula i rilievi sono stati pochissimi e le eccezioni quasi «zero». «Sono abbastanza soddisfatto dei quesiti formulati dal giudice che ha accolto gran parte di quelli proposti dalla Procura», ha commentato il procuratore Francesco Verusio. Il gip cerca dai periti tutte le risposte necessarie a chiarire il perché del naufragio – la perizia innanzitutto mira a verificare questa ipotesi di reato -, a stabilire che navigazione ci fu quella sera, che rotta si tenne, a che velocità e quali gravi avarie provocò l’ urto contro gli scogli al punto da rendere ingovernabile la nave. Dalla «scatola nera» vuole anche sapere i comportamenti degli ufficiali, le comunicazioni a bordo e quelle verso terra. Vuol sapere la gestione dell’ emergenza e delle operazioni di salvataggio di chi era a bordo. Vuol conoscere la tempistica, le reazioni della meccanica della nave, cosa dicevano i radar tra le 21 e le 23. Vero «fulmine a ciel sereno» la nuova ipotesi di accusa per Schettino e gli altri ufficiali a bordo della Costa Concordia. Il procuratore Francesco Verusio ha enunciato anche il 733 bis del codice penale tra i reati dell’ inchiesta: distruzione o deterioriamento di habitat in sito naturale protetto per aver strappato via lo scoglio de Le Scole e aver danneggiato il fondale davanti al porto del Giglio. Accusa che si aggiunge alle altre: omicidio.

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