12 Agosto 2021

Salgono i prezzi, ma non i salari. La stangata d’estate sulle famiglie

 

 

In un’estate rovente come non mai, in Italia si scalda anche la corsa dei prezzi: l’inflazione a luglio segna un +1,9% dal +1,3% del mese precedente. I dati definitivi diffusi dall’Istat evidenziano a luglio un aumento dei prezzi al consumo dello 0,5% rispetto a giugno e appunto dell’1,9%, su base annua, rivedendo al rialzo le stime preliminari (+0,4% e +1,8%). L’1,9 è vicinissimo a quella soglia magica del 2% che in Europa rappresenta l’optimum, almeno secondo la Bce.

Recita infatti così l’Eurotower: “Il Consiglio direttivo della Bce si propone, quale obiettivo primario, di mantenere l’inflazione su livelli inferiori, ma prossimi al 2%, nel medio periodo”. Quella cifra (che ora Christine Lagarde non esclude di poter superare di poco, ogni tanto), si dice, è sintomo di un’economia in salute, perché si rafforzano i consumi e alimenta la crescita e, in teoria, i salari salgono grazie a un mercato del lavoro solido.

In teoria. Perché in realtà l’effetto più chiaro e immediato di questo aumento dell’inflazione – l’ennesimo da gennaio – è il rischio stangata sulle famiglie: i rincari sono spinti soprattutto dai prezzi dei beni energetici (aumento in doppia cifra: +18,6%) e dall’impennata delle tariffe, con le bollette che volano al +34,2% dal +16,9 di giugno. I consumatori fanno già i calcoli: il Codacons stima +584 euro annui per la famiglia tipo, l’Unione consumatori +691 euro per una coppia con due figli.

E qui veniamo ai salari, che in uno scenario di inflazione ’sana’ dovrebbero aumentare. Invece non è del tutto così. Secondo i dati Ocse rielaborati da uno studio Isrf Lab-Cgil, nel 2019 pre Covid gli italiani avevano un salario medio lordo annuo di 30.028 euro, cioè 12.400 in meno dei tedeschi e 9mila in meno dei francesi. Colpa di fisco, differenze generazionali, scarsa produttività. I soliti problemi strutturali dell’Italia, dunque, influiscono anche sui livelli salariali, che in vent’anni sono cresciuti solo di 900 euro. Quasi nulla.

Sempre l’Istat, peraltro, ha certificato che nel 2020 segnato dalla pandemia è salita al 10,1% la quota di lavoratori dipendenti che in Italia percepiscono retribuzioni definite “basse”. E non basta neanche il rilancio dell’economia post Covid: “La crescita delle retribuzioni contrattuali nel totale dell’economia si mantiene modesta, nonostante evidenti segnali di ripresa nel settore industriale”, riassume ancora l’Istat rispetto ai dati di giugno scorso.

Eppure non ci sarebbero fondate ragioni per essere allarmati sull’inflazione, osserva Nomisma, facendo notare che continua a essere spinta dalla componente volatile (appunto l’energia), mentre la componente di fondo cresce solo dello 0,6%. “Quello che preoccupa maggiormente gli investitori non è l’inflazione in quanto tale, ma il tapering: il timore che la Bce rallenti l’attuale politica monetaria espansiva”, spiega Lucio Poma, capo economista di Nomisma. Ma le rassicurazioni non bastano: l’inflazione in Germania è balzata del 3,8% annuo, al massimo da oltre 27 anni, e ciò – aggiunge Poma – “potrebbe innescare pressioni sulla Bce per anticipare un’azione di contrasto all’inflazione”. Cioè un aumento dei tassi d’interesse.

Oltreoceano, invece, fa aumentare le pressioni sulla Fed il dato dell’inflazione Usa, che a luglio si attesta al +5,4%, con un rialzo mensile dello 0,5%. Il tasso annuo è invariato rispetto a giugno, mantenendosi quindi sui valori più alti dal 2008.

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