Salari fermi come nell’ 83
-
fonte:
- Il Sole 24 Ore
Claudio Tucci ROMA Anno 1983. Bisogna tornare indietro di ben 29 anni (praticamente dall’ inizio delle “serie storiche ricostruite” targate Istat) per registrare una crescita tendenziale dei salari italiani più bassa di quella segnata a marzo 2012 (su marzo 2011). Il mese scorso infatti, ha ricordato ieri l’ Istituto guidato da Enrico Giovannini, le retribuzioni contrattuali orarie hanno subito una variazione praticamente nulla rispetto a febbraio 2012. Mentre sono aumentate di appena l’ 1,2% rispetto allo stesso periodo del 2011, facendo segnare così l’ incremento più contenuto appunto dal 1983. E la fotografia resta in bianco e nero se si confronta questo (minimo) aumento tendenziale (dell’ 1,2%) dei salari con il livello d’ inflazione che su base annua, ha evidenziato sempre l’ Istat, ha toccato quota +3,3%. In pratica, a marzo scorso la forbice salari-prezzi ha fatto segnare un differenziale di 2,1 punti percentuali (a danno delle retribuzioni). Il divario più alto dall’ agosto del 1995 (quando era al 2,4%). E che, tradotto in cifre, ha calcolato il Codacons, «è come se una famiglia di tre persone avesse avuto una perdita equivalente a 720 euro». Si tratta di dati «preoccupanti» che «ricordano molto i primi anni ’90 quando solo un patto tra Governo e parti sociali diede origine a una positiva politica dei redditi che frenò l’ inflazione e stabilizzò la situazione sociale», ha commentato Paolo Reboani, presidente di ItaliaLavoro, l’ agenzia tecnica del ministero del Welfare. Un patto sociale, ha subito aggiunto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che deve condurre a un’ immediata riduzione delle tasse: «Se non si abbassa infatti la pressione fiscale – ha spiegato Bonanni – non si potranno alzare gli stipendi e risollevare i consumi». L’ incremento delle retribuzioni contrattuali orarie si è confermato modesto (e soprattutto inferiore al caro vita) anche nei primi tre mesi del 2012, facendo segnare una crescita di appena l’ 1,3% (rispetto al corrispondente periodo 2011). E se si proietta fino a dicembre prossimo l’ indice delle retribuzione contrattuali per l’ intera economia l’ Istat ha stimato nel 2012 una crescita delle buste paga che non superà l’ 1,4 per cento. Tornando invece ad analizzare la crescita dei salari a marzo 2012 (su marzo 2011), a fronte di un aumento tendenziale medio dell’ 1,2%, i settori che hanno presentato gli incrementi maggiori sono stati quelli del tessile, abbigliamento e lavorazioni pelli (che hanno segnato una crescita tendenziale del 2,9%) e del settori chimici, delle telecomunicazioni e del comparto gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi, che, tutti insieme, hanno segnato incrementi del 2,7%. Anche i settori dell’ energia e petroli e dell’ estrazione minerali hanno visto crescere i salari del 2,6%. Mentre l’ Istat ha registrato variazione nulle per l’ agricoltura, il credito e l’ assicurazione. E per tutti i comparti del pubblico impiego, pari a circa quattro milioni di lavoratori, per i quali, ha ricordato ieri la numero uno della Cgil, Susanna Camusso, vige un blocco del rinnovo dei contratti per quattro anni (dal 2010 fino al 2013), frutto delle manovre economiche di Tremonti, confermate dall’ attuale Governo. E tutto ciò si tradurrà «in meno consumi e meno produttività» ha aggiunto il leader della Uil, Luigi Angeletti, che ha azzardato anche una previsione pessimistica sul lavoro in Italia: «Vedrete – ha detto – nel 2012 supereremo la media europea di disoccupazione (oggi al 10%)». Lo scorso mese, ha ricordato ancora l’ Istat, non sono stati rinnovati contratti. A fine marzo 2012 quindi la quota di dipendenti in attesa di rinnovo è pari al 32,6% (12,3% nel solo settore privato). Mentre l’ attesa del rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto è in media di 27 mesi (in tutti i settori economici). © RIPRODUZIONE RISERVATA I
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- ECONOMIA & FINANZA
-
Tags: Istat, Prezzi, retribuzioni, salari
