6 Aprile 2018

Sacchetti ortofrutta, caos su quelli riutilizzabili

 

Sì ai sacchetti per l’ ortofrutta portati da casa, ma poca chiarezza su quelli riutilizzabili, e sì ai consumatori che chiedono di rinunciare invece a ogni busta quando non strettamente necessaria. Mentre prosegue il dibattito sull’ impatto ambientale delle borsine per l’ ortofrutta biodegradabili e compostabili, diventate obbligatorie e a pagamento dal 1° gennaio 2018 per tutti i punti vendita, adesso arriva anche il parere del Consiglio di Stato. I giudici amministrativi confermano la possibilità per i clienti di comprare altrove e portare da casa i sacchettini monouso in bioplastica o carta, ma affrontano in maniera poco chiara la domanda che ambientalisti e associazioni dei consumatori continuano a proporre: si possono portare da casa retine riusabili, borse in tessuto e altri contenitori per confezionare l’ ortofrutta acquistata, in alternativa ai sacchettini usa e getta? Il Consiglio di stato nel suo parere ammette “la possibilità di utilizzare contenitori alternativi alle buste in plastica autonomamente reperiti dal consumatore”, che devono essere “comunque idonei a contenere alimenti quale frutta e verdura”. E proprio su questo aspetto si gioca tutta la partita, visto che già il ministero della Salute a inizio gennaio aveva escluso le buste riutilizzabili richiamando “il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche”. Ora i giudici passano la patata bollente ai singoli punti vendita. Ogni negozio deve garantire la sicurezza alimentare e dunque in nome dell’ igiene può bandire retine e borse in tessuto, “solo se non conformi alla normativa o comunque in concreto non idonei a venire in contatto con gli alimenti”. Con la conseguenza che potrebbero delinearsi situazioni diverse da supermarket a supermarket. Allo stesso tempo, i giudici amministrativi osservano che non si può escludere “che per talune tipologie di prodotto uno specifico contenitore non sia neppure necessario”. Nel frattempo la grande distribuzione che ora dovrà controllare i sacchetti portati da casa, ha accusato a inizio anno un calo delle vendite dell’ ortofrutta sfusa, mentre è aumentata l’ incidenza di quella già confezionata. Meno 8% rispetto a gennaio 2017, con punte del meno 12% per la sola frutta. Dati che, ha spiegato il direttore dell’ osservatorio di Italiafruit Roberto Della casa, docente all’ università di Bologna, “devono far riflettere chi ha preferito non vedere il disappunto dei consumatori di fronte a qualcosa che hanno ritenuto vessatorio”. Un disappunto dovuto in parte al prezzo da pagare, seppure minimo, e in parte all’ impossibilità fino ad oggi di portare sacchetti riutilizzabili ed evitare l’ usa e getta. “Proponiamo invano dal 2009 una sostituzione dell’ usa e getta anche per l’ ortofrutta, in linea con le direttive europee. Le ragioni di ordine igienico-sanitario portate come giustificazione, che invece non valgono nei negozi e nei mercati e nel resto del mondo, rendono la vicenda ancora più surreale”, dice Silvia Ricci dell’ associazione Comuni virtuosi, promotrice delle campagne Mettila in rete e Porta la sporta. Alle sue richieste si sono aggiunte quelle di Legambiente e del Codacons, che ha diffidato il ministero della Salute affinché emani una circolare in favore dei sacchetti riutilizzabili per l’ ortofrutta. Nel frattempo non si placa il dibattito sul livello di sostenibilità ambientale dei sacchetti biodegradabili e compostabili. Da una parte per la composizione delle buste, mai costituite al 100% di materia prima rinnovabile: la legge stabilisce un minimo del 40% oggi, destinato a diventare il 60% entro il 2021. Questo significa però che da qui a tre anni un sacchettino per l’ ortofrutta sarà ancora composto per una quota fino al 40% di plastica fossile. Non solo: lo studio di un gruppo di biologi dell’ università di Pisa, guidati da Elena Balestri, ha simulato la degradazione in mare degli shopper in bioplastica. I test hanno mostrato che i frammenti erano ancora presenti nei sedimenti dopo sei mesi, e avevano modificato la concentrazione di ossigeno, pH e temperatura e alterato i rapporti tra due diverse specie di piante marine diffuse sui fondali. Un altro studio realizzato a dicembre 2017 dall’ Agenzia per l’ ambiente danese ha evidenziato come, tra vari tipi di buste per la spesa in plastica, carta, cotone e bioplastica, quelle in grado di assicurare un minor impatto ambientale siano le borsine in polietilene. Assobioplastiche, dal canto suo, contesta queste ricerche. Secondo l’ associazione di settore, l’ articolo dei biologi pisani “non studia la biodegradabilità, quindi conclusioni sulla biodegradabilità non possono essere dedotte”, mentre “saranno necessari ulteriori studi per giungere a conclusioni scientificamente più robuste”. La ricerca danese, invece, partirebbe da assunzioni “basate su criteri soggettivi”, sarebbe “condizionato da un pregiudizio sui sacchi biodegradabili” e rischierebbe di “orientare in maniera errata le scelte di Paesi”.
VERONICA ULIVIERI

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