Rsa, così gli operatori furono lasciati soli Nessuna arma contro il contagio
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fonte:
- Corriere della Sera
un pool in procura indaga su eventuali responsabilità aspettando le relazioni del nas dopo i sopralluoghi mastromatteo: «i tamponi andavano fatti subito»
Qualcuno chiamava di notte, disperato. Per chiedere aiuto ai rappresentanti sindacali e condividere la paura. «Siamo trattati come carne da macello» dicevano. Magari dopo aver scoperto – per caso – che il paziente nella stanza in fondo al corridoio era positivo al Covid: «Nessuno ci dice nulla, però». Altri, per non mettere a rischio la famiglia, hanno deciso di rassegnare le dimissioni. Sono gli operatori socioassistenziali che lavorano nelle nostre rsa: quelle in cui sono morte centinaia di anziani solo nell’ ultimo mese. I più fragili i secondi, tra i più esposti i primi. Che all’ inizio le mascherine se le sono fatte persino con le lenzuola e i calzari con i sacchi dell’ immondizia. Fino a quando «la situazione non è esplosa», dice Francesca Baruffaldi, della segreteria Cgil Funzione pubblica, che denuncia, in primis, direttive intempestive. «Noi ci siamo mossi subito, sin dalla fine di febbraio, quando gli operatori ci telefonavano spaventati: non abbiamo dispositivi di protezione, dicevano». Poi sono arrivate le mascherine chirurgiche, «inadeguate». A marzo il sindacato ha iniziato a spedire diffide («un atto dovuto») alle rsa all’ indirizzo di prefetto e Ats: «Le istituzioni non ci hanno mai risposto, alcune strutture invece sì: chi più arrabbiato, chi meno, chi addirittura con toni intimidatori». Il dito non è puntato contro i singoli dirigenti delle case di riposo – «nemmeno loro erano preparati, e si sono ritrovati senza linee guida» – ma a un «sistema che è andato in crash». Perché «la Regione, adesso, ci manda gli ispettori, ma prima dov’ era? Quando c’ era bisogno di direttive e protocolli? Le rsa sono state in balia di se stesse troppo a lungo». In un contesto in cui, spiega, «le istituzioni hanno sottovalutato i rischi e i vertici delle strutture, dal canto loro, hanno negato ci fosse un problema. Anche per paura che gli stessi operatori, consapevoli del pericolo reale, decidessero di non andare più al lavoro». Gli stessi ai quali è stato anche detto di non metterle le mascherine, settimane fa: «Spaventano i degenti». Un peso non indifferente, secondo Baruffaldi, l’ hanno avuto anche «la scelta di alcuni accogliere i dimessi non ancora negativizzati dagli ospedali e il fatto di non aver chiuso subito tutti i centri diurni, in una condivisione di ambienti, come le mense, pericolosissima». In sintesi: «Abbiamo navigato a vista». Quello che non vuole fare la magistratura: in procura un pool di pm (coordinato dall’ aggiunto Carlo Nocerino) sta esaminando attentamente la decina – per ora – di esposti sottoscritti ora dal Codacons (generici: su controlli, decessi e zone rosse, per esempio, che saranno competenza di Roma e Milano, dove hanno sede governo e Regione), ora da famigliari di defunti. Una rsa è sotto la lente. Ma ce ne saranno altre, probabilmente. «Sono sereno, so che gli operatori hanno fatto miracoli», dice Lucio Mastromatteo, presidente dell’ Upia (Unione provinciale istituti per anziani). Su una cosa non transige: «I tamponi andavano fatti subito, a tutti: personale e ospiti». Per lui la domanda da porsi non è di chi sia la colpa: «L’ arma vincente resta la prevenzione: non l’ abbiamo imparato né dall’ Ebola nè dalla Sars. Anche stavolta ci siamo fatti trovare impreparati». Tantissimi lavoratori si sono ammalati, altri colleghi, paradossalmente, sono in esubero proprio a causa dei tanti nonnini defunti.
mara rodella
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