5 Maggio 2020

Roma, fioccano le richieste di rimborsi per scuole private, palestre e piscine

 

di Stefania Piras «Nonna mi hanno dato un buono, che vorrà dire?». La situazione per chi aveva un abbonamento per la piscina o la palestra è molto simile alla memorabile scena del film di Bianco Rosso e Verdone.
Anche chi andava ad allenarsi in un impianto sportivo a Roma, per i due mesi che non ha utilizzato la sala pesi, o la piscina o il centro danza, si è visto proporre un buono, un voucher per fare quella stessa attività che non ha potuto fare durante il lockdown.
Ad oggi circa 300 romani hanno chiesto indietro i soldi che avevano pagato per usare gli impianti sportivi o le scuole danza dei figli. E, sempre in tema di bimbi, ben 500 famiglie hanno chiesto il rimborso per le rette delle scuole private, anche convenzionate, già pagate e per i mesi che i figli sono stati a scuola. Una situazione molto complicata sul fronte economico poiché le strutture, sua scuole che palestre, devono sostenere e hanno sostenuto costi vivi di manutenzione che mettono in difficoltà i gestori, ora assaliti anche dalle richieste di rimborso.

Ma sul fronte palestre si può mettere una pezza con un buono? Se l’utente intendesse smettere di usare l’impianto e interrompere la frequentazione e quindi cancellare l’iscrizione? Con il voucher non risolve molto, e perderebbe i soldi. Per questo stanno letteralmente fioccando le richieste di rimborso. Il sito del Codacons ha messo a disposizione il modulo da scaricare per richiedere di essere ristorati con soldi e non con un voucher.
In media un abbonamento annuale in palestra costa 450 euro quindi ogni mese di chiusura si traduce in una perdita di 37,5 euro per consumatore. In piscina le tariffe sono anche più alte: un corso di nuoto per bambini per 12 mesi costa 650 euro e per ogni mese di chiusura l’utente deve rinunciare a 54 euro al mese. Non sono pochi per chi in questi mesi ha dovuto per forza rivoluzionare il proprio bilancio famigliare.

Per indorare la pillola, in questi giorni alle società sportive il presidente M5s della commissione capitolina Sport Angelo Diario ha inviato una lettera aperta in cui chiede sostanzialmente di avere pazienza. La lettera è stata girata anche agli abbonati. Ma il problema non cambia. Diario scrive che «molte famiglie si trovano nella condizione di aver versato le quote di iscrizione per frequentare corsi che, è vero, non si sono svolti. Allo stesso tempo, pero’, ci tengo a condividere un pensiero: le associazioni e le società sportive dilettantistiche non possono essere considerate alla stregua delle società di capitali. Lo sport non è soltanto un servizio da vendere, coloro che vivono esercitando con passione e impegno una pratica sportiva in modo costante sono, infatti, animati dalla volonta’ di promuoverne i valori e la funzione sociale». «Ogni associazione e società – con il sostegno delle istituzioni – farà in modo di offrire un piano di recupero a tutti», scrive ancora. E quindi, in sostanza: accontentatevi del voucher.

Non la pensa così il Codacons che ha messo a disposizione un modulo per chiedere il rimborso delle quote pagate per i mesi in cui il servizio è stato inaccessibile. «Se ho pagato per 12 mensilità e per due mesi il servizio non è stato erogato, ho diritto al rimborso di quei due mesi», spiega l’avvocato Stefano Zerbi di Codacons.
E nel modulo si cita il Codice Civile: «Ai sensi dell’art. 1463 c.c., difatti, nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito». Traduzione: i mesi per cui il servizio non è stato erogato vanno restituiti. E se così non sarà promette una class action.

E il ragionamento è applicato anche alle rette delle scuole private, e alle quote delle mense scolastiche. «Il rimborso deve essere proporzionale al periodo di chiusura di asili e scuole», spiega ancora il legale Zerbi.

Per le scuole comunali c’è una memoria della giunta capitolina che aveva già anticipato qualcosa a metà aprile ma non si è ancora concretizzata in rimborsi. Nella memoria datata 10 aprile si stabiliva l’esonero dal pagamento delle quote contributive dovute dalle famiglie per i bambini iscritti ai servizi educativi 0-3 anni di Roma Capitale e per l’erogazione dei servizi di ristorazione scolastica e di trasporto scolastico riservato, per le scuole dell’infanzia capitoline e statali, primarie e secondarie di primo grado per tutto il periodo di sospensione delle attività educative, fino alla data di riapertura dei servizi educativi e scolastici sul territorio cittadino. Non solo, l’assessore Veronica Mammì aveva previsto «la compensazione delle quote eventualmente già versate mediante decurtazione di quelle già dovute per altre mensilità».
La questione è complessa, anche perché nell’Avviso pubblico di iscrizione ai nidi per l’anno 2019/2020 c’è scritto che le quote vanno versate «anche in caso di interruzione di pubblico servizio pari o inferiore a dieci giorni lavorativi per cause di forza maggiore». Ma le cause di forza maggiore qui si sono protratte ben più di dieci giorni. Ecco perché nella memoria di giunta si parla esplicitamente di compensazione e rimborsi a chi ha già pagato in anticipo.

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