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19 Maggio 2019

Roma è la città eterna ma non per il tennis Foro Italico da rottamare

la pioggia ha palesato i limiti di un impianto vecchio e malandato. che rischia di perdere i big
Marco Lombardo Roma Nell’ era in cui il mantra è avere gli stadi di proprietà, dura è la vita dei vecchi impianti che si oppongono allo sport dell’ era moderna. Il Foro Italico come San Siro, Roma come Milano, templi della nostalgia come tanti altri in giro per l’ Italia. Che resistono al tempo ma non al business, perché è chiaro che oggi è quello che muove pallone e palline. Il Foro in questi giorni ha mostrato tutte le sue rughe, impossibili da vedere quando c’ è il sole e comunque affascinanti fino a quando la pioggia cambia orari e abitudini ai tennisti. Che a quel punto si scatenano in lamentele che contrastano con la frase slogan con cui si presentano ogni anno a Roma, «la città più bella dove giocare». Colpa del diluvio di mercoledì, si diceva, che ha costretto gli organizzatori a fare il meglio possibile, pur nel mezzo della polemica tra biglietti dai prezzi gonfiati (per l’ arrivo di Federer) e rimborsi mancati (per chi è rimasto col tagliando in mano ma senza spettacolo). Eppure: il giovedì in cui il tennis italiano ha registrato un record assoluto 40mila spettatori in una sola giornata – il Foro Italico ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Più di 50 incontri da mane a sera con doppi turni per tutti, e scene apocalittiche a bordo campo, dove tra la selva di teste si faceva a malapena vedere la pallina. Per non dire del campo Pietrangeli, preso d’ assalto per Fognini e inaccessibile agli addetti ai lavori per il muro di gente accessoriata di focacce e mortazze. Da lì, le proteste dei giocatori: chi aveva il campo troppo lento, chi troppo veloce, chi troppo pubblico cianciante, chi l’ orario sbagliato. Con Re Roger che dopo essersi lamentato delle linee umide che gli avrebbero provocato il dolorino alla gamba il giorno dopo avrebbe salutato cosi: «Spero di tornare, Roma è una città fantastica da visitare». Neanche il tennis fosse un torneo di shopping. Chiariamolo: noi staremmo tutta la vita seduti sugli spalti del Centrale del Foro, così come intorno al rettangolo del Meazza, monumenti alle nostre gioie da tifosi. Però poi lì dentro ci giocano loro, e noi vogliamo pure che lo facciano bene. È una questione di scelta. E così se in uno stadio a 5 stelle si usano container per far girare il business in spazi che non bastano più, qualcosa non torna. Rendiamocene conto: il calcio, il tennis e non solo oggi esigono trattamenti Vip. Però mentre in club storici come Wimbledon e il Roland Garros sono in corso lavori e ampliamenti, mentre negli altri tornei Master 1000 ci sono tutti i comfort, a Roma sul Centrale continua a mancare il tetto (ogni anno arriverà l’ anno dopo, a Madrid nel frattempo hanno tre campi coperti) e c’ è sempre una soprintendenza o un Codacons a bloccare quello che, nel mondo, si fa: ristrutturare, ricostruire, rimodernare. Così, quando anni fa il presidente della Fit Binaghi minacciò di spostare il torneo in un nuovo impianto a Fiumicino, senza statue, senza marmi, senza storia ma con tutto il resto, si levò un coro d’ orrore. Però poi finisce che un giorno piove, e i nostri templi della memoria rischiano di scivolare nel dimenticatoio dello sport. Quello che conta.
marco lombardo

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