Rischio-fumo, ricorsi a valanga
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fonte:
- La Padania
Dopo l ultima sentenza in argomento della Cassazione, migliaia si rivolgono a legali e associazioni
Dopo il primo via libera della Cassazione al risarcimento per i danni da fumo, in Italia si è scatenata la corsa alle azioni legali. Solo alle associazioni di consumatori, in particolare al Codacons, sono pervenute oltre mille domande, soprattutto dai familiari di persone decedute. Questa valanga di cause, scrive il Messaggero, è stata scatenata dalla sentenza della Suprema corte del 5 novembre che ha avallato la decisione di un tribunale di indennizzare i familiari di Mario Stalteri, un uomo morto nel 1991 per cancro ai polmoni dopo aver fumato un pacchetto di sigarette al giorno per decenni. Colpevole di non aver informato adeguatamente sui pericoli derivati dal fumo era stata condannta la British american tobacco (subentrata ai Monopoli di Stato). Agli eredi erano andati quindi 200 mila euro. Da quel momento si è scatenato un vero e proprio assalto ai legali e alle associazioni di consumatori. In Italia ogni anno per danni da fumo muoiono dalle 80 alle 90 mila persone. E questa sentenza potrebbe cambiare le cose. Ma si tratta solo di un piccolo avanzamento poiché, come indicano i responsabili legali del Codacons, il passo verso la class action (la possibilità dei cittadini di far ricorsi collettivi contro le società di beni e servizi e multinazionali) è ancora lungo. Inoltre come sottolinea Marco Ramadori, avvocato co-presidente del Codacons “per provare l autenticità dei danni da fumo nei singoli casi l impegno è grande“. Secondo le multinazionali le scritte evidenti sui pacchetti di sigaretta del tipo Il fumo uccide sono sufficienti. Ma per le associazioni dei consumatori “tali scritte sono ininfluenti, perché – prosegue Ramadori – il fumo non è una libera scelta ma una forma di dipendenza. Sulla quale si specula. Rendendo questo gesto, per esempio, sempre più piacevole“. Secondo le multinazionali del tabacco, le scritte riportate sui pacchetti del tipo Il fumo uccide sono sufficienti per disincentivare il consumo. Ma gli esperti avvertono che questi messaggi non rivestono grande significato, perché siamo di fronte non a una libera scelta, ma a una dipendenza
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