17 Ottobre 2012

«Risarcimento lontano e difficile, ma vado avanti»

«Risarcimento lontano e difficile, ma vado avanti»

 

di Simona De Leonardis wPESCARA «Io non voglio lucrare su quello che è successo, ho riportato a casa la vita ed è tutto. Ma dopo quella notte sono cambiate tante cose per me, dal punto di vista materiale e psicologico: chiedo solo di recuperare i danni che ho patito dopo la tragedia del Giglio». Barbara Antelmi, 36 anni, è una delle tre parrucchiere residenti a Pescara (lei è barese di origine) scampate al naufragio della Costa Concordia lo scorso 13 gennaio. Anche lei, come la maggior parte dei naufraghi (il 70 per cento secondo i legali del Codacons) non ha accettato il risarcimento di 11mila euro, più tremila di biglietto, concordato dalla Costa con le associazioni dei consumatori. Un no pronunciato già a febbraio scorso da Barbara insieme alla sorella Cinzia e alla collega Teresa d’ Aiello con cui sulla Concordia, durante la crociera nel Mediterraneo, avrebbe dovuto partecipare alle selezioni finali del reality «Professione look maker»; un no che Barbara ripete anche ora, mentre su tv e giornali quella notte infernale (32 furono i morti) e il comportamento del comandante Francesco Schettino (indagato per omicidio colposo plurimo aggravato e abbandono di persone incapaci), sono sotto la lente di ingrandimento di periti, consulenti e avvocati che partecipano a Grosseto alla maxi- udienza per l’ incidente probatorio. «Lo sto seguendo», racconta Barbara, «e la sensazione è ancora di rabbia: per chi non ce l’ ha fatta, e per tutto quello che sta venendo fuori, con Schettino che cerca in tutti i modi di salvarsi». Ma la rabbia c’ è, dice Barbara, « anche perché non siamo ancora stati risarciti dei danni morali e materiali». A parte gioielli, vestiti e attrezzi del mestiere che Barbara si era portata sulla nave per partecipare alle selezioni del reality che avrebbe dovuto cambiarle il percorso professionale, la giovane parrucchiera ha perso calma e fiducia in se stessa. Al punto da rivolgersi a uno psicologo e al punto da dover trasferire «Easy chic», il suo negozio di via Milano, in un altro locale. «Lì dove stavo», racconta, «non riuscivo più a stare: stretto, lungo, con il bagno senza finestre, mi mancava l’ aria. Ero arrivata al punto che o chiudevo o cambiavo. E ce l’ ho fatta: ho aperto a Villa Raspa, ma con spese ulteriori che mai avrei preventivato». Spese che Barbara non quantifica, ma che si aggirano intorno al triplo degli 11mila euro offerti dalla Costa. «Purtroppo è difficilissimo tenere i contatti, le risposte della compagnia sono lente. Ma io continuo a sperare che entro il prossimo 13 gennaio ci restituiscano almeno quello che abbiamo investito». Perché il rischio, adesso, è di finire in causa con la compagnia: «La causa si farebbe a Venezia, con un avvocato che sul posto mi costerebbe 700 euro al giorno. Impensabile, considerando che ho già detto no agli avvocati americani che per 30mila euro promettevano di risolvere tutto». Ma poi, risolvere cosa: «Quello che è successo su quella nave, le voci, le facce, non si cancellerà mai», conclude Barbara, «a cominciare dal cameriere indiano che mi ha salvato la vita». ©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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