3 Febbraio 2015

Rimborsopoli, abbuffata di testimoni al processo

Rimborsopoli, abbuffata di testimoni al processo

La guerra dei testimoni è appena incominciata. Su 930 nomi, messi in lista dai difensori dei 25 imputati di Rimborsopoli e contestati dalla procura. Il 20 febbraio, i giudici della 3^ sezione penale si pronunceranno sulla richiesta dei pm (Enrica Gabetta e Giancarlo Avenati Bassi) di sforbiciare quell’ elenco. Ieri, hanno deciso sull’ ammissione nel processo di Regione (per chi non ha risarcito) e Codacons come parti civili. I magistrati La linea è semplice: i pm vogliono evitare prove «a sorpresa». «Quali possibilità di controprova abbiamo se non abbiamo idea di che cosa vengano a testimoniare?» ha sostenuto Avenati Bassi. Secondo il pm, svariate decine di testimoni erano indicati «in modo generico, a volte soltanto con l’ incarico, senza nemmeno il nome». Nella lista c’ è di tutto, da ex imputati (hanno già «patteggiato» o sono stati assolti), a imprenditori, presidenti di cooperative, medici, giornalisti. Persino un paio di legali rappresentanti «di night club richiesti da Michele Giovine. Che cosa mai possono dire?». I difensori La tesi degli avvocati è altrettanto semplice: con accuse indicate in modo generico per blocchi di spesa (dalla ristorazione, alla telefonia), diventa difficile approntare una difesa senza poter chiarire la situazione attraverso le testimonianze. Certo, nelle decine di migliaia di documenti del processo gli imputati possono trovare di tutto, dagli scontrini, alle fatture contestati. Ma c’ è pure (avvocato Antonio Rossomando, per Andrea Stara) chi ha portato ai giudici e ai pm un paio di borse «Ikea» piene di documenti: sono «vaucher» per pagamenti di contributi a collaboratori occasionali, biglietti di viaggio per appuntamenti istituzionali e altre spese sostenute e per le quali l’ imputato non ha mai chiesto il rimborso. Quei documenti servono «per esercitare il diritto alla prova, per difendersi provando in aula la propria innocenza» sintetizza Rossomando. Lui stesso ha rinunciato a 11 testimoni, «ma soltanto perché sovrabbondanti». La buona fede Ed ecco il vero nodo di Rimborsopoli. Sulla vicenda, ci sono già stati patteggiamenti, assoluzioni e rinvii a giudizio. Soluzioni diverse per episodi molto simili. I difensori dei 25 arrivati a processo si concentrano sulle assoluzioni, è ovvio. Il giudice non ha ancora reso pubblica la motivazione, ma sembra che sia legata alla mancanza del «dolo», la volontà di commettere il reato di peculato, appropriandosi di fondi pubblici. Per questo, i difensori di Roberto Cota (Domenico Aiello e Guido Alleva) hanno insistito sulla necessità di ascoltare testimoni riguardo alle «abitudini, allo stile di vita e all’ organizzazione dell’ attività politica» dell’ ex presidente. «Ho tagliato i costi della politica, ho rifiutato indennità. Come fanno a dire che mi sono appropriato di fondi pubblici? Ho seguito una prassi consolidata per spese istituzionali» continua a sostenere. E liquida come un «errore, quello scontrino è finito nell’ elenco per sbaglio» il rimborso per le mutande-costume («erano pantaloni», precisa) verde Lega pagate dai contribuenti. Ma tutti gli avvocati battono sempre sullo stesso chiodo: perché qualcuno è finito a giudizio e altri assolti con episodi analoghi? Per serate nei night, borsette firmate e regali vari ci sarà poco da argomentare. Sul resto, il processo è all’ inizio.
claudio laugeri
 

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
WordPress Lightbox