Ricerche da 14mila euro? «Non ricordo»
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fonte:
- L`Unione Sarda
Quattordicimila euro per un lavoro di ricerca spalmato dal 2009 al 2011, riconoscimento che l’ aveva resa «molto contenta». Un «contributo specifico» che stimolasse «discussioni» nel Pdl e portasse a «proposte di legge». Ma sul contenuto di almeno uno degli approfondimenti, buio totale. «Non ricordo». Alessandra Gasbarri comincia sicura la testimonianza nel processo per peculato a Mario Diana, ex capogruppo del Popolo della libertà in Consiglio regionale accusato di aver speso illecitamente 670 mila euro di fondi ai gruppi (il Codacons è parte civile coi legali Paolo Pilia e Veronica Dongiovanni). Spiega al pm Marco Cocco cosa aveva fatto per il partito, come aveva ottenuto quella possibilità e quali emolumenti aveva ricevuto. Ma quando insiste nel dire di non avere memoria delle ricerche perché aveva «svuotato gli armadi», il pc sul quale aveva navigato «magari non è più lo stesso» e, insomma, in aula «si deve essere precisi» e non poteva «dire cose che magari non sono», l’ interrogatorio diventa teso. Il giudice Claudio Gatti, presidente della prima sezione penale, le fa capire quanto sia poco credibile e aggiunge: «Si sta esponendo a una falsa testimonianza». Diventa utile sapere che Gasbarri è cugina di Manuela Tuveri la quale è moglie di Carlo Sanjust, il politico Pdl condannato a 3 anni per l’ uso privato di 50 mila euro di fondi ai gruppi (reato del quale era accusato in concorso con lo stesso capogruppo). La ragazza ha spiegato al Tribunale e agli avvocati difensori Mariano e Massimo Delogu di non aver avuto rapporti con l’ imputato e che studiava in Scienze politiche quando aveva fornito al partito tre «prestazioni» lavorative ricompensate con due assegni da 5 mila euro (nel 2010) e uno da 4 mila (nel 2011) firmati da Diana. Una sorpresa: aveva scoperto l’ importo solo col primo pagamento. Eppure lei stessa, avendo sentito all’ Università («non in famiglia») che si potevano avere incarichi in Consiglio, aveva chiesto al marito della cugina «se poteva mettere una buona parola per me». In seguito «fui chiamata da Alessandro Pusceddu della segreteria del gruppo». Si incontrarono, «un colloquio informale e breve. Mi spiegò che lavoro dovevo fare». Erano «ricerche che stava a me capire come sviluppare». Lei «raccoglieva materiale» e consegnava. Eppure con Sanjust, che in teoria l’ aveva aiutata, mai affrontò l’ argomento compensi: erano «fatti personali». Neanche i temi delle ricerche erano oggetto di discussione. E nessuno le aveva spiegato da dove arrivava il denaro. Si limitava a consegnare «a Pusceddu» la relazione in un «plico chiuso spesso 4 o 5 centimetri». Non sa se avevano portato «a interrogazioni o proposte di legge». Pusceddu però nega tutto, anche di averla incontrata. Particolare che Gasbarri non sa spiegarsi. Il Tribunale ha ascoltato anche i fratelli Fausto e Fabrizio Paoletti della “Paoletti orologi srl”, azienda dove Diana (secondo il pm) nel 2013 aveva versato un assegno di 6 mila euro (fondi del gruppo) per due Rolex. I commercianti hanno detto di non aver mai visto Diana in negozio, anche se ciò non vuol dire che non ci sia mai passato. Prossima udienza il 27 gennaio. (an. m.)
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