Rialzi in carburanti, materie prime, energia: Natale carissimo per gli italiani
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fonte:
- Il Quotidiano del Sud
P iù che dolce, il prossimo Natale potrebbe essere ricordato come salato. L’allarme arriva dal Codacons. Dagli alimenti ai viaggi, dalle decorazioni casalinghe alla ristorazione, niente sembra salvarsi dai rialzi. Secondo l’associazione di consumatori il Natale di quest’anno rischia di essere il più salato sul versante di prezzi e tariffe: «Potrebbe costare agli italiani,a parità di consumi rispetto al periodo pre-pandemia (2019), quasi 1,4 miliardi di euro in più». A ripercuotersi sulle spese delle famiglie legate alle festività natalizie potrebbero essere i rialzi nei settori dell’energia, dei carburanti e delle materie prime. SUGLI ALIMENTI 99MILIONI DI RINCARO È da diverse settimane che si parla delle forti tensioni sui prezzi delle materie prime. Si è registrato un aumento esponenziale del prezzo del grano duro nazionale (+96%), dopo il crollo dei raccolti nordamericani, che ha fatto crescere di circa il 90% in due settimane i prezzi all’ingrosso della semola. Ma aumenti hanno riguardato anche il grano tenero (con il prezzo all’ingrosso della farina in aumento del 19% rispetto a prima della pandemia)e degli oli di semi (+69% su settembre 2019). A farne le spese sono prodotti da forno tipici del Natale, come panettoni e pandori. Secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato (Cna) Agroalimentare c’è «un calo della produzione di farina che sta portando a dei rincari su pane e pasta che a Natale potrebbero arrivare a oltre il 20% di incremento dei costi.I motivi sono ambientali e climatici,ma anche speculativi». «Per quanto riguarda il settore alimentare – ricorda il Codacons – nelle ultime settimane produttori e distributori hanno lanciato allarmi circa i rincari dei prezzi delle materie prime (farine, oli, burro, ecc.) che potrebbero determinare incrementi dei listini al dettaglio per una moltitudine di prodotti trasformati (solo i produttori di panettoni nei giorni scorsi hanno parlato di un rincaro dei loro prodotti del +20%)». L’associazione ipotizza possibili rincari del 2,5% su pesce, carni e salumi, dell’1,55% su spumante e vino, del 2% su uova e formaggi. Ancor più, pensa che rincari saranno del 2,7% su ortaggi, frutta fresca e secca, del 10% pasta e pane e ancora del 10% su pandori, panettoni e dolci lievitati. Risultato: un aumento di spesa di 99 milioni di euro per la sola voce alimentari. Stangate previste anche per chi passerà il Natale ai ristoranti, che negli ultimi tempi hanno fatto registrare aumenti dei listini: la previsione del Codacons è un +3,1%. GIÙ ANCHE REGALI, ADDOBBI E VIAGGI Alla lista dei rincari si aggiungono anche prodotti non alimentari a causa – rileva il Codacons – della stangata sulle bollette (le tariffe di luce e gas da ottobre sono aumentate rispettivamente del +29,8% e del +14,4%) e il caro benzina ormai segnalato da giorni, con la verde che costa oggi il 23,4% in più rispetto allo scorso anno e il gasolio il 24,3% in più. Sono aumenti, ricorda il Codacons, che non solo incidono sugli spostamenti degli italiani e sull’intero comparto dei trasporti, ma determinano ritocchi al rialzo dei listini al dettaglio dei prodotti trasportati (in Italia l’85% della merce viaggia su gomma). È così che rischiano di diventare salati anche regali, addobbi, viaggi. La spesa per i regali natalizi e le decorazioni per la casa, dice il Codacons, vale circa 7,5 miliardi di euro. Potrebbe subire un aumento medio dei listini del 5% per l’effetto combinato dei maggiori costi di trasporto dei prodotti e della crisi delle materie prime che ha determinato sensibili rincari per la componentistica (come il settore dell’elettronica e dell’hi-tech). La maggiore spesa totale sarebbe di 375 milioni di euro per un valore complessivo di 7,87 miliardi di euro. PASTA: GUAI IN VISTA DELLA PRIMAVERA Ma se si volge lo sguardo ancora più in là, lo scenario che si materializza è tutt’altro che roseo. A inizio settembre Giuseppe Ferro, amministratore delegato de “La Molisana”, spiegava in un’intervista a “Il Sole 24 Ore”: «Tra marzo e maggio non avremo abbastanza grano per fare la pasta. Il cuore del problema è in Canada, che è di gran lunga il primo produttore al mondo di grano duro e che quest’anno ha prodotto 3,5 milioni di tonnellate anziché le solite 6,5». E l’aumento, sottolineava, ricade su tutti: dai mugnai ai consumatori. «Nemmeno durante la guerra mancò così tanto grano».
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