25 Aprile 2012

Retribuzioni in frenata in un anno solo +1,2% Italia indietro di 29 anni

Retribuzioni in frenata in un anno solo +1,2% Italia indietro di 29 anni

Roma. La stretta sugli stipendi non si è allentata, anzi a marzo la frenata ha riportato l’ Italia indietro di almeno 29 anni. L’ Istat, infatti, diffondendo i dati aggiornati sulle retribuzioni contrattuali, cresciute solo dell’ 1,2% in un anno, fa sapere che mai dall’ inizio delle serie storiche ricostruite, avviate nel 1983, era stato registrato un aumento così basso. Un record negativo che ha determinato un allargamento della forbice tra le buste paga e l’ inflazione: la distanza è risultata pari a 2,1 punti percentuali, come non accadeva dall’ agosto 1995, da quasi 17 anni. Allarmate sono apparse le reazioni dei sindacati e preoccupazione hanno espresso anche i consumatori, secondo cui il gap tra i salari e il carovita determinerà una forte perdita del potere d’ acquisto. In particolare a marzo, rispetto al mese di febbraio, le retribuzioni contrattuali, che fanno riferimento alle misure tabellari dei contratti tenendo conto degli aspetti continuativi e di carattere generale, sono rimaste ferme. E, a fronte di un aumento tendenziale dell’ 1,2%, l’ Istat ha segnalato settori che hanno retto, come l’ industria tessile (+2,9%) o la chimica (2,7%), e comparti che, invece, hanno registrato una crescita zero. Si tratta della pubblica amministrazione, che sconta il blocco della contrattazione. Basti pensare che dei 4,3 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo, circa 3 milioni sono statali. Tuttavia le difficoltà si sono fatte sentire un po’ dappertutto: l’ Istat ha calcolato che l’ attesa media per chi ha il contratto scaduto è stata superiore a due anni (precisamente 27 mesi) sia nel complesso sia nel privato. Inoltre, secondo le proiezioni dell’ Istat le retribuzioni, sulla base delle disposizioni dei contratti in vigore, registrerebbero nel complesso del 2012 un aumento medio pari all’ 1,4%, in leggero miglioramento rispetto al mese di marzo, ma comunque su livelli minimi. Quindi se l’ inflazione non cala, anche la forbice tra salari e prezzi si manterrà alta. Secondo i calcoli fatti da Fedecosumatori e Adusbef il divario di marzo (3,3% l’ inflazione e 1,2% le retribuzioni) comporta una perdita di 640 euro annui, sulla stessa linea il Codacons (720 euro per una famiglia di tre persone). Quanto ai sindacati, la leader della Cgil Susanna Camusso ha sottolineato che dall’ Istat arriva la conferma di un peggioramento del reddito dei lavoratori. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha avvertito che se «non si abbassa la pressione fiscale non si potranno alzare gli stipendi e risollevare i consumi». «E un’ ulteriore contrazione della domanda – ha evidenziato il segretario generale della Uil Luigi Angeletti – aumenterebbe la disoccupazione». Sulla stessa linea il segretario generale Ugl, Giovanni Centrella, che parla di una nuova dimostrazione d’ impoverimento dei lavoratori. A riguardo la Cgia di Mestre, ha sottolineato, oltre ai prezzi, il peso di fisco e i contributi previdenziali, che «sforbiciano» in modo netto gli stipendi e i salari degli italiani. Secondo un’ analisi effettuata per l’ appunto dalla Cgia di Mestre, un operaio occupato nell’ industria con uno stipendio mensile netto di 1.226 euro costa al suo titolare ben 2.241 euro. Questo ultimo importo è dato dalla somma della retribuzione lorda (1.672 euro) e dal prelievo a carico del datore di lavoro (pari a circa 568 euro). Le cose non vanno meglio nemmeno ad un ipotetico impiegato che lavora in una azienda industriale e che porta a casa 1.620 euro mensili netti. Al suo datore di lavoro costa ben 3.050 euro. Questa cifra è data dalla somma tra la retribuzione lorda (2.312 euro) e il prelievo a carico del suo titolare (738 euro). Pur riconoscendo che dobbiamo potenziare la qualità della nostra organizzazione produttiva, commenta il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, «non sono del tutto convinto che le aziende debbano produrre meglio e di più. Il problema è che i consumi interni sono troppo bassi». «La crisi è molto pesante – ha aggiunto Bortolussi – soprattutto dal punto di vista occupazionale, anche perchè continuano a calare i consumi. E cosa succede? Succede che meno si consuma, più si sta a casa. Più si sta a casa, meno si consuma. Dobbiamo scardinare questo circolo vizioso per scongiurare di scivolare dentro una fase depressiva». R. C. 25/04/2012.
 

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