Referendum, ricorso al Tar sul quesito Il Colle e Renzi respingono le accuse
Antonella Coppari ROMA SE L’ OBIETTIVO era quello di creare confusione, i frontisti del No l’ hanno raggiunto. Perché la bomba innescata ieri con la presentazione del ricorso al Tar del Lazio contro un quesito ritenuto troppo fazioso («è uno spot pubblicitario ingannevole», rivendicano) e non conforme alla legge, esplode con fragore, colpendo anche il Quirinale. Grillini e Sinistra italiana nel ricorso presentato contro il decreto con cui è stata fissata la data della consultazione -tirano in ballo Mattarella, attribuendo in sostanza a lui la formulazione della domanda che dovrebbe apparire il 4 dicembre sulle schede elettorale: «Assolutamente falso – la replica che arriva dal Colle – il quesito è stato valutato e ammesso dalla Corte di cassazione». Si smarca il presidente della Repubblica che vuole tenersi distinto e distante da certe beghe di cortile, ma la polemica monta. Ragioni formali si intrecciano con quelle sostanziali, e più d’ uno anche tra i fan del No si chiede se non fosse più corretto puntare diritti proprio sulla Cassazione e chiedere un decreto correttivo. A SENTIRE i proponenti, però, non c’ era alternativa: bisognava far presto per tentare di mettere i bastoni tra le ruote al premier. Infatti: oggi a mezzogiorno si riunisce la sezione seconda bis del Tar – specializzata in materia elettorale – presieduta da Elena Stanizzi per vagliare il tema. Difficile che il ricorso vada avanti, questo lo ammettono anche i non renziani, per quanto poi si possa scegliere di procedere, impugnare la decisione davanti al Consiglio di Stato. Ora: gli avvocati Palumbo e Bozzi – che hanno presentato questo ricorso – sostengono che l’ articolo 16 della legge 352 del 1970 recita che, quando si tratta di revisione della Costituzione, «bisogna indicare non solo il titolo ma anche gli articoli modificati e ciò che indicano». E il primo legale risponde pure al Quirinale: «Non spetta alla Cassazione decidere il quesito». Ma c’ è del vero in quello che dicono costituzionalisti vicini a Renzi, e cioè che quella legge va ad applicare proprio l’ articolo della Costituzione che ne regola la revisione (138) in cui il voto popolare è una terza lettura delle due Camere, che può confermare o smentire le prime due, e quindi il titolo non può che riprendere quello votato dal Parlamento, come peraltro già accaduto nel referendum costituzionale del 2001 e in quello del 2006. «È quello che prevede la legge – sottolinea infatti Renzi -. È un quesito facile, a parte Luigi Di Maio lo capiscono tutti». Peraltro, chiosa il premier, il titolo della legge andava bene a tutti: «Anche il comitato del No ha raccolto le firme su quel quesito. E tra gli 84mila emendamenti presentati in Parlamento dai contrari alle modifiche costituzionali, nessuno ha mai tirato in ballo il titolo». Concetti che, in modo più o meno soft, ripetono tutti i fan del sì. EPPURE: a grattar sotto la superficie, non ha tutti i torti la Boschi. Dice il ministro delle riforme: «Fare una polemica a posteriori serve solo a portare il dibattito su un altro piano». In effetti: sarà pure un’ operazione propagandistica (sulla falsariga di quella del Codacons) però qualche schizzo di fango rischia di arrivare sulla giacca del presidente del Consiglio. Almeno: il dubbio che Renzi possa aver agito senza andar troppo per il sottile potrebbe anche insinuarsi nella mente di qualche elettore indeciso.
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Tags: Cassazione, referendum, Tar del Lazio
