17 Giugno 2003

Referendum, fallimento annunciato

Referendum, fallimento annunciato

La consultazione popolare è in grave crisi. Si studiano le contromisure



ROMA – Falliti i referendum sull`articolo 18 e sugli elettrodotti. Solo il 25,7% degli elettori è andato a votare, e non è stato quindi raggiunto il quorum necessario per la validità della consultazione, il 50% più uno degli aventi diritto. Nelle urne hanno comunque vinto i sì, con l`87,4% dei voti, favorevoli ad estendere il divieto di licenziamento senza giusta causa alle aziende con meno di 15 dipendenti, contro il 12,2% dei no. Nel referendum sulla servitù di elettrodotto, l`86,2% i sì, contrari all`obbligo di far passare cavi elettrici sulle proprietà private, e il 13,8% i no, favorevoli a mantenere l`attuale legge.

Ha votato dunque circa un quarto degli elettori, più o meno dodici milioni di italiani, e il fronte dell`astensione ha vinto, dando un altro duro colpo all`istituto del referendum per il quale molti ora invocano una riforma. Questa volta la percentuale del non voto ha battuto ogni record, sotto la soglia minima toccata nel `97 con una tornata di sette referendum sui temi più diversi, dall`obiezione di coscienza alle carriere dei magistrati. Tra i motivi individuati per lo scarso interesse al voto di domenica e lunedì scorsi il fatto che, dopo le amministrative e i ballottaggi, era la terza chiamata alle urne in poche settimane, il caldo torrido, l`eccesso di ricorso al referendum su temi complessi e difficilmente risolvibili con un sì o un no, come invece accadde per gli storici voti sul divorzio, sull`aborto o sul sistema elettorale.

Comunque, è la quarta volta consecutiva che un referendum fallisce per il mancato raggiungimento del quorum. Ad essere soddisfatto, ma per l`affluenza alle urne dei connazionali all`estero, è il ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia, visto che, nonostante i disservizi di questa prima volta, fuori dal Paese ha votato circa il 25% degli aventi diritto. «Sono orgoglioso e fiero di questa grande prova e di questa conquista. E` la prova generale per le politiche del 2006». Il Codacons ha però presentato un esposto alla procura di Roma per far invalidare tutta la consultazione referendaria per le difficoltà incontrare nel votare dagli italiani all`estero, causate da «inadempienze, omissioni e disservizi».

Mario Segni, protagonista di tante battaglie referendarie del passato, propone l`abbassamento del quorum per i referendum futuri, portandolo alla metà più uno dei voti espressi alle elezioni politiche, e di abbinare le consultazioni popolari alle elezioni amministrative. «Dobbiamo farlo – dice – perché una lunga campagna contro i referendum rischia oggi di uccidere uno strumento prezioso di garanzia democratica».

Per evitare che l`istituto referendario resti travolto dalla Caporetto del voto sull`art.18 e sugli elettrodotti, bisogna cambiare le regole: aumentando il numero delle firme necessarie per proporre i quesiti, abbassando il quorum dei votanti e garantendo una più ampia e completa informazione agli elettori. Questo il senso delle proposte avanzate da esponenti di vari settori politici appena si è saputo con certezza che il voto di domenica e lunedì non ha nessuna validità perché vi ha preso parte la percentuale più bassa di votanti in tutta la storia dei referendum.

Rino Piscitello (Margherita) e Antonio Barbieri (Forza Italia) hanno presentato due distinte proposte di legge per innalzare il numero minimo di firme necessario per l`indizione di un referendum abrogativo da 500mila ad un milione. Piscitello chiede inoltre di ridurre il quorum dal 50 al 33%. Il verde Paolo Cento propone invece 700 mila firma e un quorum del 30%. Ad aprire il dibattito, nei giorni scorsi, è stato il costituzionalista Augusto Barbera, che propone almeno 700mila firme e un quorum pari alla metà di quello registrato alle precedenti elezioni politiche. Proposta sottoscritta da Arturo Parisi. Il quorum del 50% rischia di «far morire l`istituto del referendum, già in crisi», sostiene Barbera, che critica gli inviti dei partiti a disertare le urne, perché così «si svilisce uno strumento di partecipazione democratica». Un`impostazione che incontra molti consensi, ma non quello del politologo Giovanni Sartori, contrario alla riduzione del quorum.



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