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5 Ottobre 2018

Reddito di cittadinanza, vi svelo un segreto: anche al Sud si lavora

 

Fabio Manenti La terza Repubblica, o come si vuol definire questa cosa ancora nebulosa che abbiamo al Governo, potenzialmente salvifica e altrettanto ipoteticamente mortale, con un’opposizione verbalmente impeccabile ma manifestamente colpevole, è nata sotto il segno di una certezza, un’equazione: reddito di cittadinanza = Sud. Gli oracoli dei talk show concordano.

Lo dice sua eminenza Flavio Briatore – “Reddito di cittadinanza? Al Sud già stanno sul divano” -, lo conferma Matteo Renzi nella prima riga di uno dei suoi ultimissimi post – “Hanno vinto promettendo al Sud il Reddito di Cittadinanza” -, lo sottintende lo stesso ministro per il Meridione Barbara Lezzi – “Se dovesse saltare il reddito di cittadinanza sarebbe proprio il governo ad avere dei problemi” -, lo ribadisce l’inviato da Messina di Non è l’Arena, La7, a un comizio di Luigi Di Maio – “C’è molta attesa qui in Sicilia soprattutto per il reddito di cittadinanza, capirete bene perché”.

Così, dato ormai per scontato che il Sud in ciabatte aspetti la manna sul conto corrente, dopo le fake news sulle lunghe code ai Caf all’indomani del Patto di governo, il giornalismo senza preconcetti si regala nuove grandi inchieste: viaggio alla scoperta dei centri per l’impiego del Meridione. Tipo safari da National Geographic. Ed ecco che web, carta e tv rincorrono scoop tra scartoffie e pareti scrostate anni 70, esplorando con occhi di turisti questi antri leggendari fino a scoprire l’incredibile: che non funzionano. Che il mondo del lavoro è cambiato, che c’è internet, che là fuori è popolato di private e più efficienti agenzie interinali, che in quegli ufficioni imballati di burocrazia ci si va solo per dichiarare (e chiedere) la disoccupazione. Pazzesco.

È un ritratto che semplifica e mortifica, che vaneggia e che fa comodo. Perché venite qui, porgete l’orecchio e non ditelo a nessuno: anche al Sud c’è gente che lavora. E vi dirò di più: è anche la maggior parte! Però tenetevelo per voi.

E qui mi faccio più serio nei toni: tenetevelo per voi perché è bene che si parli ancora di quel 19,4% (Istat 2017) che non lavora. Guai a tacere su una parte d’Italia che grida soccorso, disoccupazione forza nove. Però, che se ne parli davvero. Non infamando con preconcetti primordiali, non generalizzando fino a fare della maggior parte della nostra popolazione uno stereotipo. Si provi per una volta, una soltanto, a comprendere le cause profonde di questo devastante malessere. Che poi è quello che a ogni elezione scombina le carte.

Perché intanto che si fanno le battute ammiccanti, c’è un 80,6% della popolazione meridionale che si fa in quattro per produrre, faticare, sperimentare, semplicemente fare in un territorio più complicato, infrastrutturalmente arretrato, europeisticamente periferico, lungamente dimenticato, cronicamente corrotto. Un Sud febbricitante ma curato da sempre con metodi omeopatici, con tentativi anche contraddittori e mai continui e per questo mai guarito.

Un Sud che si aggrava, perché anno dopo anno perde buona parte della sua popolazione più giovane e promettente, colta e competente, che emigra tra sacrifici, spese e nostalgie. “Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883mila residenti: la metà costituita da giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto da laureati” (Codacons). Mentre voi ci immaginate sul divano, troppi se ne sono già andati. Qua ce ne stiamo andando tutti.

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