15 Luglio 2012

Rating a orologeria

Rating a orologeria

MILANO I SIGNORI del rating hanno numeri da spavento: 30mila miliardi di dollari il valore dei titoli sui quali esprimono il giudizio, l’ equivalente di una ventina di volte la ricchezza prodotta in Italia lo scorso anno. Standard & Poor’ s, Moody’ s e Fitch sono le «tre sorelle» più famose tra le cento agenzie che con le loro «pagelle» hanno fatto per un secolo il bello e il cattivo tempo nella finanza. E che promettono di fare altrettanto nei prossimi cento anni se i governi non interverranno con leggi che ne limitino lo strapotere. La Ue ha annunciato in più occasioni regolamenti che impongano più vincoli, maggiore trasparenza e norme sul conflitto di interessi: «Entro novembre approveremo una regolamento più rigido» hanno azzardato anche ieri un paio di europarlamentari italiani, sull’ onda del declassamento. Una bozza, quella proposta dal commissario Barnier, era entrata nei cassetti dell’ Eurogruppo già nell’ inverno scorso ma lì sembra esservi rimasta. Sull’ altra riva dell’ Atlantico un passo avanti era stato fatto col Dodd-Frank act, una legge che imponeva alle banche di non affidarsi solo ai rating nelle loro attività: poco rispetto alle valutazioni sprezzanti espresse dalla commissione del Senato Usa che ha bollato come inadeguati ed eticamente attaccabili i modelli di giudizio sui rating. Gli esempi? Da Enron a Lehman Brothers, che avevano giudizi di massima affidabilità pochi giorni prima dei crac. Come Parmalat e WorldCom. Nel 2007 oltre 10 mila titoli strutturati avevano la mitica «tripla A», finendo tre anni dopo nella spazzatura. E innescando class-action di investitori soprattutto contro S&P e Moody’ s. Ieri l’ italiano Codacons ha preannunciato una maxi-costituzione a parte civile contro Moody’ s nel procedimento di Trani. MA LA STRADA della regolamentazione è ancora lunga, minata da lobby fortissime che combattono nuove discipline e trasparenza. Forti delle norme esistenti: una quarantina di fascicoli della Sec, la Consob degli States, indica come ineludibili i rating delle agenzie. Il portafoglio degli investimenti di assicurazioni e fondi pensioni di tutto il mondo è valutato, come qualità dei titoli, sulla base delle «pagelle». La stessa Bce differenzia il rating dei titoli che accetta come collaterale per offrire liquidità alle banche. Basilea II impone giudizi precisi ai titoli detenuti come capitale dagli istituti di credito. Insomma i rating sono decisivi nell’ architettura della finanza mondiale. Così le sorelle regnano. Si stima che S&P e Moody’ s controllino il 40% del mercato a stelle e strisce, Fitch il 15%, con un potere ancora impressionante: secondo uno studio del Boston College ogni taglio di rating di un titolo costa all’ emittente un aumento dello 0,42% nel costo del debito. Tra gli azionisti rilevanti di S&P, Fitch e Moody’ s si stagliano i colossi Blackrock (gestisce e investe un patrimonio di oltre 3 mila miliardi di dollari), Vanguard (1.700 miliardi), CWI (2,5 miliardi), il guru Warren Buffett. Gruppi a loro volta intrecciati con le stelle di Wall Street Goldman Sachs o Jp Morgan. Comprensibile che il guadagno possa essere più consistente se investimenti e rating puntano sullo stesso obiettivo, ad esempio uscire dall’ Italia o dall’ Europa. Soprattutto se il debito debordante lo giustifica. Ma a pensar male… Il conflitto di interessi non è automatico né scontato, ma possibile e pericoloso. ma. fo.
 

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