25 Maggio 2020

Raccolte fondi per il Covid, fra truffe e somme bloccate

Non tutte le donazioni finiscono nelle giuste mani. In questo periodo di emergenza sono state molte le iniziative di beneficenza e fundraising organizzate dagli italiani a favore di ospedali ed enti impegnati nella lotta al Covid-19. E molte somme di denaro sono rimaste nelle maglie della burocrazia, sono finite nelle tasche di sconosciuti o, nel migliore dei casi, sono tornate indietro al mittente. “Con la mia associazione eravamo riusciti a raccogliere circa 5mila euro da donare all’ Ospedale di Orbetello, ma alla fine però è saltato tutto – racconta Filippo, un giovane maremmano fondatore di un’ associazione no profit – Ci hanno detto che non era il caso perché i nostri soldi sarebbero finiti sparsi tra i vari reparti e non utilizzati per l’ emergenza. Senza l’ autorizzazione dell’ ospedale abbiamo dovuto ripiegare su un ente solidale del territorio, riscontrando non pochi problemi per il versamento della somma dalla piattaforma GoFundMe. Somma che ho dovuto anticipare di tasca mia, in un momento di difficoltà come questo, per poi essere rimborsato e non perdere tutto il lavoro fatto”. Non basta infatti contattare un ospedale, raccogliere le donazioni e devolverle all’ Iban di riferimento. Il caso di Fedez-Codacons è un esempio: nato come controversia sul meccanismo della commissione a carico del donatore sulla piattaforma GoFundMe, scelta dal cantante per la raccolta fondi per il San Raffaele di Milano, si è trasformata in una querelle su chi e come si deve fare fundraising. Un pericolo che si corre è quello per cui gli ospedali non portano a termine le pratiche richieste dalle piattaforme per l’ accreditamento. Le donazioni fatte sui siti internet tornano così indietro al mittente o finiscono sul conto di qualche truffatore. Il privato deve infatti essere certo che l’ ente ospedaliero acconsenta di ricevere donazioni dirette: il Niguarda di Milano solo nelle prime settimane ne ha segnalate almeno quattro per le quali non erano mai stati contattati. E si sospetta siano raccolte-truffa. E infine la piattaforma deve garantire un’ intesa tra donatore e struttura. O almeno così succede sui alcuni siti come Rete del Dono e Italia non Profit. “Negli ultimi tre mesi abbiamo ricevuto quasi 500 segnalazioni al giorno, la maggior parte su raccolte fondi illegali” spiega Alessandra Belardini, dirigente della Polizia postale. “Un fenomeno che si è sviluppato sia su piattaforme irregolari sia su quelle più note, come GoFundMe. Dove le fundraising sono state raramente verificate, e gli organizzatori malintenzionati hanno potuto creare fotomontaggi promozionali di documenti e loghi degli ospedali con il quale hanno chiesto le donazioni, ovviamente senza il minimo consenso della struttura”. Basta infatti scorrere tra le infinite raccolte fondi per gli ospedali italiani che si trovano su GoFundMe e i siti indipendenti per capire il lato oscuro del fundraising. Alcune iniziative sono la copia illegale di quelle ufficialmente riconosciute, e dopo i primi soldi raccolti vengono lasciate nel limbo della piattaforma, senza dare spiegazioni ai donatori. “Noi registriamo tutte le associazioni no profit che vogliono raccogliere fondi e solo dopo i dovuti controlli apriamo un progetto con l’ ospedale scelto, il quale si vedrà automaticamente accreditati i soldi dai nostri conti” chiosa Valeria Vitali, fondatrice della piattaforma Rete del Dono. “Su altri siti invece chiunque può aprire un progetto per un ospedale e poi fare successivamente richiesta di certificazione allo stesso: è un sistema rischioso, oltre al fatto che molte volte il beneficiario impiega mesi prima di prendere i suoi soldi”. E come confermano alcuni ospedali, tra cui quello di Grosseto, le donazioni di questi mesi sono state talmente tante che è difficile risalire agli organizzatori di ognuna. Per capirci: secondo Italia non profit sono 657 milioni di euro il valore totale delle donazioni fino al 15 aprile e 801 le iniziative di filantropia attivate da aziende, associazioni e privati cittadini. Approfittando della generosità degli italiani, però, durante l’ emergenza sono state scoperte raccolte fondi ingannevoli a favore dell’ Ospedale Sant’ Anna di Como, San Raffaele di Milano, lo Spallanzani e il San Camillo di Roma. E altre sono al vaglio per quanto riguarda l’ Ospedale Perrino di Brindisi e quello di Taranto. Il metodo adottato è quasi sempre lo stesso. Gli organizzatori stabiliscono una somma modesta da raccogliere per non dare troppo nell’ occhio e per rendere ancor più credibile l’ iniziativa, all’ interno della pagina web, viene riportato il logo della Regione, quello dell’ Ospedale e dei documenti falsificati di accordi (mai stipulati con la struttura). Il fine è per tutte uno solo: “Rafforzare il reparto di terapia intensiva”. Nel caso dei due ospedali romani, promossi su GoFundMe, come persona di riferimento era stata indebitamente usata la figura del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Dalle indagini è emerso che gli autori della truffa erano padre e figlia: lui pensionato di 71 anni intestatario della carta ricaricabile e lei, 36enne disoccupata, intestataria della linea telefonica associata alla pagina web. Ma dove finiscono i soldi che non vengono restituiti o donati? “Spesso siamo riusciti a rintracciare sul conto o la carta intestata al truffatore il bottino illegale della raccolta fondi, mentre altre volte i soldi raccolti vengono spostati verso conti esteri per i quali servono autorizzazioni e tempo per attivare i controlli. E capita che una volta attivati i soldi siano già spariti” conclude Belardini.
pietro mecarozzi

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