26 Settembre 2019

Quelle già fissate fino a gennaio. Cinque le parti offese tra cui l’ Ausl

di NICOLA BIANCHI I NUMERI sono da capogiro, l’ inchiesta, di Procura e carabinieri, una delle più imponenti degli ultimi anni a Bologna, per complessità e mole degli atti. Ora, dopo la chiusura delle indagini (aprile) e i successivi 19 patteggiamenti (luglio), ecco l’ ultimo atto che vedrà il 29 novembre, nell’ aula 11 – la più capiente di Palazzo di giustizia -, l’ inizio della maxi udienza preliminare che vedrà 50 posizioni (41 persone fisiche e 9 società) sfilare davanti al gup Grazia Nart, la quale dovrà pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio del pm Augusto Borghini. ASSOCIAZIONE. Centocinquantaquattro pagine, con accuse a vario titolo che vanno dall’ associazione a delinquere alla corruzione, dal riciclaggio a una serie di violazioni fiscali, il conto spalmato nel fine indagine. Bordate che portano alla luce due ‘cartelli’ di imprese (inizialmente erano 74 gli indagati) che controllavano le camere mortuarie dell’ ospedale Maggiore e del Policlinico Sant’ Orsola. Con un unico obiettivo, «consolidare il monopolio dei funerali». Una struttura piramidale, ben oliata, che poggiava su due «figure di vertice»: Giancarlo Armaroli, 67 anni, amministratore unico del consorzio Rip service, «promotore, capo e organizzatore della compagine associativa egemone al Maggiore»; e Massimo Benetti, 63, presidente del consorzio Cif, «organizzatore della compagine associativa al Sant’ Orsola». Capi che, con altre 17 posizioni (ne parliamo nel pezzo sotto), a luglio sono usciti dall’ indagine patteggiando pene fino a quattro anni. Mondo sepolto, il nome scelto per l’ inchiesta, deflagrò il 17 gennaio con l’ esecuzione di 30 misure cautelari e perquisizioni in quasi tutte le onoranze funebri cittadine. Le agenzie di pompe funebri che facevano parte dei due consorzi – Rip e Cif -, per le accuse erano d’ accordo con alcuni operatori degli ospedali che lavoravano nelle sale mortuarie, e quest’ ultimi in grado poi di indirizzare i parenti dei defunti alle ditte con cui erano d’ accordo. IL PREZZO. La maggior parte degli episodi contestati – in totale, a vario titolo, sono 226 – riguarda la corruzione degli addetti delle camere mortuarie, a cui venivano promesse, e poi pagate, somme che andavano da 100 a 300 euro, per favorire le imprese dei cartelli. Nel calderone finiscono anche una serie di reati fiscali, come l’ evasione dell’ Ires con la tecnica della sottofatturazione e la gestione della contabilità ‘in nero’ tramite Fenice web, software in cloud, per non lasciare tracce. I flussi ‘neri’, scrivono ancora gli inquirenti, sarebbero stati amministrati in un palazzo di vicolo Ghirlanda, in pieno centro storico, dove utenze e affitto erano intestati ad un’ associazione senza scopo di lucro. CINQUE DATE. Ad alcuni imputati è contestato anche il riciclaggio del denaro che entrava in nero nelle società del consorzio e poi veniva registrato in una contabilità parallela. Tra le contromisure adottate in seguito dagli enti locali, c’ era stata l’ istituzione di un nucleo ispettivo regionale per verificare le procedure adottate in ambito funerario e un badge per regolamentare gli accessi degli addetti delle imprese private a strutture sanitarie e camere mortuarie e rafforzata la rotazione del personale pubblico. Oltre al 29, il giudice Nart ha già fissato altri quattro appuntamenti per arrivare alla conclusione: il 6 e il 13 dicembre, il 17 e 24 gennaio, durante i quali gli imputati potranno decidere se chiedere riti alternativi o andare a dibattimento. Cinque le parti offese: l’ associazione Eccellenza funeraria italiana (Efi), l’ Ausl, il policlinico Santì’Orsola, il Codacons e l’ Assoconsum. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
WordPress Lightbox