12 Agosto 2009

Quella è la nave del nonno

La vedi quella rossa laggiù? sbotta allegramente una giovane mamma. Il piccolo corre verso il finestrino del treno regionale che sta per fermare alla stazione di Monfalcone. Si intravedono i cantieri navali dove a partire dal 1907 hanno lavorato gli operai: centocinquantamila in un secolo. Le navi sono state, e per molti sono ancora, un vero orgoglio, il vanto dell’Italia. Monfalcone, in provincia di Gorizia, da piccolo borgo è cresciuta con i cantieri. Il piccolo non è convinto, non capisce bene cosa intende dire la madre che nel frattempo ha preso il telefono. Alla risposta dell’interlocutore la donna ripete parlando in dialetto: «Diglielo tu che quella rossa è la tua nave». La scena del treno stride con la storia di vita (o di non vita) di Rita Nardi, vedova di Gualtiero morto alla vigilia di Natale del ’98 dopo lunghi mesi da incubo. «Mio marito ha sempre odiato lavorare in Cantiere. Ci è entrato che aveva solo 16 anni. Non aveva altra scelta. Era miseria in quegli anni e la sua famiglia aveva bisogno di soldi. Era tubista». Gualtiero è una delle vittime della strage di amianto di Monfalcone. Novecento morti, che nel 2012 saranno mille e nel 2010 millecento. Le previsioni fino al 2020 sono catastrofiche. «Gualtiero era andato in pensione il 9 ottobre 1994, aveva 52 anni», racconta Rita. «Ma il 14 dello stesso mese era già in ospedale. Pensare che ho sempre fatto l’infermiera. Sentivo che la gente si ammalava, leggevo i giornali ma non ci pensavo. Siamo tutti egoisti fino a quando non capita a noi». La storia di Rita accomuna molte persone. Parliamo infatti di un maxiprocesso che vede alla sbarra 37 imputati tra dirigenti, amministratori dell’ex Italcantieri e responsabili. Per tutti l’accusa è di omicidio colposo in relazione al decesso legato all’esposizione alla "fibra killer". Il male ha sviluppato le sue conseguenze nefaste soprattutto a causa del non rispetto delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro. Da queste considerazioni derivano i molti procedimenti giudiziari aperti in materia di amianto dove le vittime, oppure più frequentemente i loro familiari superstiti, chiedono "verità e giustizia" in tempi rapidi.  Rita rappresenta gli iscritti dell’Aea (associazione dei familiari degli esposti all’amianto) che nel processo si è costituita parte civile insieme a Regione, Fiom, Provincia di Gorizia e Codacons. «La malattia è stato un calvario devastante. I primi due anni benino, ma gli altri due sono stati un inferno – dice Rita con la voce rotta dell’emozione -, mio marito era già malato prima di andare in pensione. Si prendeva il venerdì di ferie perché si sentiva troppo stanco. Non capiva il perché. Lo abbiamo capito solo dopo, quando finalmente sono riuscita a convincerlo ad andare da un medico». L’amianto è una fibra molto resistente e piccolissima: meno di mezzo millesimo di millimetro di lunghezza. Viene inalato con facilità danneggiando i tessuti, depositandosi nei bronchi e negli alveoli dei polmoni raggiungendo la pleura. Asbestosi e mesotelioma sono le principali malattie provocate da questo materiale presente, è stato stimato, in oltre tremila prodotti. «Quando è morto Gualtiero mi sembrava di impazzire. Avevo dei soldi che avevano raccolto i suoi amici e un giorno sono andata all’ospedale di Monfalcone per devolverli in beneficenza ad un’associazione. Solo allora mi sono accorta che c’era la sede dell’Aea fondata nel 1992 da Duilio Castelli. Pensi, io lavoravo al reparto che stava al piano di sopra ma non me ne ero mai interessata». Al tempo l’associazione cercava, in qualche modo, di sostenere le famiglie colpite. «Mentre parlavo con il signor Castelli sentivo la rabbia salire – confessa Rita -. Ma come qui ci stanno morendo le persone sotto gli occhi e non facciamo niente?». Da allora è partito tutto. «Roberto Antonaz, consigliere regionale di Rifondazione Comunista, ci ha messo a disposizione un avvocato; insieme a Vanda Ballanzin il cui marito, compagno di lavoro di Gualtiero, era morto sei mesi prima abbiamo iniziato questa avventura. Abbiamo presentato le prime tre denunce, ma non bastavano. Dovevamo convincere le persone ad iscriversi all’associazione per poter inoltrare altre denunce». Rita racconta che non era per niente facile convincere gli altri. La rassegnazione di un destino che sembrava scritto nella comunità aveva il sopravvento sulla sete di giustizia. «I più pensavano fosse da pazzi fare causa ad un colosso come la società che dava lavoro a tanta gente. Le persone continuavano a morire e si accettava che morissero. Questo non riuscivo a capirlo. Sono cose che non puoi accettare». Nella mentalità della gente quindi ciò che stavano facendo quelle persone era un po’ come "Davide contro Golia". Un’impresa impossibile. «Nella sfortuna della tragedia siamo stati fortunati ad incontrare tante persone che si sono davvero occupate della vicenda». Rita ricorda Beniamino Deidda, allora procuratore generale a capo delle indagini, il senatore Felice Casson, l’anotomo patologo Claudio Bianchi, Massimo Carlotto lo scrittore che ha raccontato in tutta Italia il dramma dell’amianto di Monfalcone. Ma Rita ricorda anche l’incontro avuto con il Presidente della Repubblica Napolitano. «Avevamo bisogno di raccontare cosa stava accadendo. Avevamo inviato al procuratore generale centinaia di cartoline come questa», ci dice mostrandoci Amianto mai: l’unica battaglia che si perde è quella che si abbandona . «Quando il Presidente è venuto a Gorizia ci ha ricevuto. Ci ha ascoltato con molta attenzione. Poi, prima di salutarci mi ha stretto la mano e mi ha detto che non si sarebbe dimenticato di noi». La prima sentenza penale è del 2 aprile 2008: il giudice Caterina Brindisi ha condannato un dirigente del cantiere navale per un’operaia deceduta a causa dell’amianto. A dicembre 2008, la procura di Trieste, che ha avocato le indagini per inerzia della procura di Gorizia, ha chiuso un’inchiesta sulla morte per mesotelioma di 42 operai del cantiere di Monfalcone: sono coinvolti per supposto omicidio colposo plurimo 15 dirigenti dell’allora Italcantieri. Ma c’è anche un secondo filone di indagine per altri 21 lavoratori deceduti. A fine 2009 sono attese le udienze.

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