28 Dicembre 2013

Quel caffè amaro del primo gennaio E la raccomandata diventa un salasso

Quel caffè amaro del primo gennaio E la raccomandata diventa un salasso

Dal primo gennaio bere un caffè in ufficio, consumare una merendina nei corridoi della scuola o spedire una raccomandata costerà di più. L’ Agcom – autorità per le garanzie nelle comunicazioni – ha infatti stabilito che «Poste Italiane ha la facoltà di aumentare, entro il 2016, il prezzo della posta prioritaria, che pesa da zero a venti grammi, fino a 95 centesimi. Le raccomandate, invece, possono passare da 3.60 a 5.40 euro».Gli aumenti dei prodotti delle macchinette saranno dal 6%, questo in relazione all’ Iva che passa dal 4 al 10%. Se, per esempio, un caffè prima costava 50 centesimi, adesso costerà 53 centesimi. Non ci si può rinunciareMa visto che gran parte degli impianti non accettano le monetine da un centesimo, il costo del caffè arriverà a 55 centesimi (per pagarlo “53” bisognerà avere una chiavetta). «Si tratta di aumenti “odiosi” – dice Mauro Antonelli del Codacons, associazione dei consumatori che proprio ieri ha annunciato il ricorso al Tar contro i rincari postali – Una raccomandata si spedisce per scopi legali, non è una comunicazione a cui si può rinunciare, di conseguenza è una spesa obbligata per il consumatore. Aumenta tutto, tranne gli stipendi e le pensioni». «Come al solito il prezzo più alto lo stanno pagando i cittadini – dice Barbara Cirivello di Movimento dei Consumatori – Confidiamo in una politica economica che consenta di dividere il sacrificio su tutti in modo equo. Confronteremo i costi dei servizi di Poste Italiane con i servizi di posta privati e cercheremo di capire se il servizio pubblico è concorrenziale oppure no». Diminuzione dei consumi«Noi passiamo per quelli che aumentano, ma non abbiamo alcun guadagno, anzi – dicono dalla Maghetti, azienda di distributori di Varese – È da settembre che stiamo contattando tutti i clienti per spiegare come mai dobbiamo alzare i prezzi. In più stiamo modificando tutti gli impianti, un lavoro che i tecnici potranno ultimare solo per la fine di gennaio». Alzando i prezzi potrebbero diminuire i consumi: «Noi spieghiamo gli aumenti ai dirigenti di scuole, ospedale, uffici, ma l’ utente finale spesso si trova il prezzo più alto e basta. Magari si arrabbia e non compra più nulla. Per quanto ci riguarda, se avessero lasciato l’ Iva com’ era prima avremmo evitato tanto lavoro gratuito e tanti disagi. Abbiamo dovuto anche accorciare le ferie dei nostri dipendenti per far fronte al lavoro extra, e in mano non ci rimarrà niente». Personale, luce, gas, Tares…Nei bar, invece, il costo della tazzina rimarrà inalterato. Quindi chi può concedersi una pausa lontano dalla scrivania non si farà sangue amaro. «È un momento talmente di crisi che prima di aumentare il prezzo del caffè bisogna mettersi una mano sulla coscienza – spiega Antonella Zambelli di Fipe – Eppure le motivazioni per aumentare ci sarebbero: pensiamo al costo del personale, della luce, del gas e della Tares che, per un ristorante medio, è passata dai quattromila ai 12 mila euro all’ anno». «Questi costi da qualche parte devono essere riassorbiti, ma non dalla tazzina, anche se spesso è proprio quello a cui il consumatore non rinuncia». Conti alla mano: aumentare il costo della tazzina da 83 centesimi – costava così nel 2002, al passaggio dalla lira all’ euro – a un euro ha portato a una contrazione del consumo di caffè del 40%. La stessa contrazione è stata registrata nell’ acquisto delle miscele di caffè. «Un rincaro di dieci centesimi non porterebbe ad alcun vantaggio – continua Zambelli – Anche portare gli aperitivi da cinque a quattro euro otterrebbe come unico risultato un abbassamento dei consumi».n.
adriana morlacchi

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