Quando uno sfogo sui social network rovina la carriera
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fonte:
- Corriere del Veneto
VENEZIA – Padova, due anni fa. Un dipendente appena licenziato si sfoga su Facebook. Di uno dei due soci della ditta (azienda commerciale, quaranta persone a libro paga) dice che è «un cogl… e un pezzo di m…». Tra gli «amici» di social network, però, ci sono ex colleghi. Le offese arrivano sul tavolo dei capi, che contattano uno degli studi legali di diritto del lavoro per parte aziendale della città del Santo. «Non mi nomini, sono questioni delicate e preferisco non comparire per non rendere riconoscibili le persone coinvolte», chiede l’ avvocato che ha gestito il caso e anche questa, a modo suo, è quasi una prima volta. Fatto sta che il fascicolo viene girato a un penalista, perché l’ azienda non molla il pezzo e fa causa per diffamazione. Ancora Padova, pochi mesi fa. Una donna, ex dipendente di una ditta manifatturiera, fa causa per danni all’ azienda che l’ ha licenziata: il sospetto è che abbia diffuso, col «solito» network, notizie interne importanti per l’ impresa. «Sostiene di aver avuto danni alla salute a causa del percorso disciplinare avviato nei suoi confronti», spiega il nostro avvocato. Da Padova a Belluno, per una controversia ditta-lavoratore nata da Fb che stavolta ci tratteggia il presidente veneto del Codacons, Franco Conte. «Posso dirle poco, anche perché non è finita bene. Comunque, nel 2010 la dipendente di una piccola manifattura scrisse in pratica che il capo la “discriminava in quanto donna”. Ne è nata una causa per calunnia e, a quel che so, in primo grado il giudice ha dato ragione all’ azienda». Tre sono una serie, che si aggiunge al caso della dipendente di un ufficio commerciale padovano licenziata proprio pochi mesi fa per l’ eccessivo uso di Facebook (con conseguente calo di rendimento) raccontato ieri sul Corriere del Veneto. Ma il filotto si può allungare. Intanto, ricordando la vicenda della Veritas, la multiutility di Venezia che un paio di settimane fa ha avviato un procedimento disciplinare contro un proprio dipendente, uno spazino che sulla sua bacheca Facebook si era abbandonato a commenti poco rispettosi nei confronti dei dirigenti. Casi isolati? Non pare. Patrizio Bernardo, legale del lavoro padovano che ha seguito la causa per licenziamento da «eccesso di social network», già ieri aveva indicato una tendenza: «Negli Usa le controversie che nascono negli uffici per questioni legate all’ utilizzo di Facebook e altri “social” sono già indicate come la prossima frontiera» del suo settore. Anche qui da noi, però, pochi scherzi. Lo studio padovano dell’ avvocato Francesco Rossi negli ultimi anni ha gestito «almeno una ventina» di controversie azienda-dipendenti generate da scritture su Facebook, dialoghi via Skipe e mail. Una è recentissima, 2012. Un’ azienda del Veneziano licenzia un dipendente, che impugna il provvedimento. Perché? «Dietro pseudonimo – spiega Rossi -, che pensava sconosciuto ma che attraverso la rete di amicizie era ampiamente ricostruibile, si sentiva libero e parlava dei capi, delle segretarie e dei capi…». Chiacchiere da pausa caffè, toni e temi da Signore e signori planati sul social network. Un caffè che costa, però: un posto di lavoro, salvo reintegro in coda. Sono passati 12 anni da quando Marina Salamon, titolare della trevigiana Altana, aveva fatto parlare l’ Italia sospendendo senza tanti complimenti una dipendente che, in una mail spedita dal pc aziendale ad una amica, aveva scritto che «la capa stava sclerando». Da allora, il fronte delle liti per questioni telematiche tra chi lavora e chi dà lavoro si è allargato anche in Veneto, seguendo il ritmo di diffusione dei media, più o meno social. Il punto è che Fb e simili (e prima di loro il web in sé e il pc con le sue memorie di silicio) hanno reso più sottile e permeabile la distinzione tra pubblico e privato. Ma non solo. «Qual è l’ idea di base – spiega l’ avvocato Rossi -? Che social network e mail siano zone franche nelle quali posso dire più o meno quello che voglio, perché tanto quello che dico non ha valore. Lo si equipara alla chiacchiera da bar, ma siccome oggi si va molto più su Facebook che al bar, anche lì ci si consegna al linguaggio da taverna». Ci si dimentica però che scripta manent. «Tutto quello che si scrive su mail, pc e social network – chiude il legale – ha un grado di rilevabilità e tracciabilità al fine della prova in un giudizio ben superiore alla normale scrittura…». Il segreto epistolare e l’ articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, dove si impediscono controlli a distanza (oltre lo spazio del lavoro e oltre il tempo-orario dell’ attività) sui dipendenti restano scudi utili. Ma se un «amico» di Fb recapita il mio sfogo, l’ offesa o quant’ altro al mio capo, o se il messaggio sta nella parte accessibile a chiunque? Possono diventare reati, diffamazione e calunnia. Di certo rischiano di essere dolori. Ancora Franco Conte: «Suggeriamo di essere molto attenti all’ utilizzo del pc aziendale per corrispondenze personali o c’ è il rischio che la tutela del segreto epistolare non scatti (il fronte aperto dal caso Salamon, ndr)». Nel 2010 la Cassazione ha annullato il licenziamento di un dipendente Eni. Entrava in ufficio dal garage, strisciava il badge e, poco dopo, usciva di nuovo. Tornava, con calma. Lo avevano pizzicato con la registrazione dei passaggi dell’ auto al cancello del palazzo. Quella persona probabilmente ha rubato lo stipendio, ma si trattava di controllo a distanza, sconosciuto e mai concordato coi rappresentanti sindacali. Chiamiamolo fortunato. Tutti gli altri siano prudenti, almeno alla tastiera. Renato Piva RIPRODUZIONE RISERVATA.
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