5 Maggio 2005

Qualcuno che decide cosa è buono e cosa è cattivo?

Qualcuno che decide cosa è buono e cosa è cattivo? Insomma, per essere politicamente scorretti fino in fondo: davvero il Codacons pensa che i bambini abbiano bisogno di essere difesi al punto da scomodare la procura (che si spera invece impegnata in cose più serie) perché sequestri figurine, magliette, giocattoli e videogiochi che hanno a che fare con i nerboruti lottatori?
Premessa necessaria. Chi scrive non disdegna di indugiare – quel che basta – sugli incontri di wrestling. Nello scenario della cultura plastificata e ipertelevisiva sono tra gli spettacoli migliori che il disincanto spettacolare sappia oggi proporre. Per dirla tutta: oggi in tivù ci sono cinque, sei cose da guardare. Bonolis, i documentari del National Geographic, Chi l?ha visto?, L?infedele di Gad Lerner al sabato e la trasmissione di Giuliano Ferrara tutti i giorni. Se capita, il wrestling. Affermando perentoriamente questo, uno sa bene di esporsi al tiro incrociato di chi non rinuncia alla zavorra delle ideologie e delle verità in tasca. C?è una differenza abissale: chi ha appena espresso i suoi gusti e le sue frequentazioni del tubo catodico non si sognerebbe mai di chiedere ad un giudice di intervenire per impedire a qualcuno di guardare una trasmissione. Non tocca ad un giudice esprimersi sull?educazione, sui gusti, sui piaceri (fossero anche indotti, va da sé) di grandi e piccini.
La vicenda del wrestling ricorda – per una concezione ossessiva e restrittiva della libertà altrui – quella delle facoltà universitarie dove hanno cercato (per fortuna senza riuscirci) di togliere la cocacola dai distributori automatici di bibite per metterci invece bevande naturali e, si presume, politicamente più corrette.
Ai signori del Codacons che vorrebbero imporre ai nostri figli (che come funziona il wrestling lo hanno capito da tempo e sorridono nel vedere gli adulti così preoccupati per simili facezie) quel che va visto e quello che va evitato, vorremmo ricordare, con libertaria memoria, quel che successe nei primi anni Settanta, quando, sull?onda del mito di Mao, anche in Italia proliferavano i seguaci del grande timoniere. Si distinguevano in particolare quelli di un gruppetto chiamato ?Servire il popolo?. Che un bel giorno furono mandati a quel paese con una risposta che è tuttora esemplare: ?No, grazie. Il popolo si serve da solo?. Ecco, nel furore anti wrestling non è difficile scorgere tracce di un moralismo antico. Moralismo, appunto: non morale. Si vuole discutere del wrestling? Benissimo. Lo si faccia in famiglia, a scuola, magari in pubblici dibattiti. Ma, per favore, lasciamo stare gli esposti, i tribunali e quant?altro. Se, poi, il bersaglio è il giro d?affari miliardario che muove il caravanserraglio di questo tipo di spettacolo, allora perché non prendersela con taluni video musicali, ad esempio? E? strano, infatti: ci si preoccupa di ciccioni che si saltano addosso palesemente fingendo e nessuno ha di che ridire di canali televisivi che rimandano una concezione spesso mafiosa, militarizzata e razzista della vita.
Ma non è l??altrismo? che vogliamo tirare in ballo, il giustificare tutto con la scusa che tanto c?è sempre qualcos?altro di peggio. No. Il punto è che il wrestling va lasciato in pace, e basta. Meglio: va lasciato in pace il diritto di ciascuno di guardare quel che gli pare. Hai visto mai? Succede che la noia televisiva offra, all?improvviso, il pretesto per una fuga verso un buon libro, una bella canzone, una sinfonia o una passeggiata. Ma se un giudice venisse a dirci che il wrestling non si può più vedere, siatene certi: diventerebbe impossibile farne a meno.

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this