27 Dicembre 2011

Protesi al seno, via alla class action «Decine di migliaia le donne operate»  

Protesi al seno, via alla class action «Decine di migliaia le donne operate»

SULLE PROTESI al seno dell’ azienda francese Pip (Poly implant prothese), entra in campo il Codacons. L’ associazione in difesa dei consumatori contesta i numeri e parla di class action. «Sarebbero decine di migliaia le donne che in Italia sono state sottoposte a impianti Pip», attacca il Codacons, prendendo le distanze dalle stime di 4.300 protesi di cui ha parlato il ministro della Salute, Renato Balduzzi. Inoltre, il Coordinamento oggi «presenterà un esposto a 104 procure della Repubblica di tutta Italia, in cui si chiede di procedere per reati di lesioni gravissime, frode in commercio e produzione e vendita di prodotti pericolosi, e di accertare le responsabilità di chi aveva il compito di vigilare». L’ azione collettiva rivolta a tutte le pazienti che hanno subito un impianto Pip, è «finalizzata a far ottenere alle donne il risarcimento dei danni subiti, pari a 5mila euro ciascuna, anche solo per i rischi alla salute corsi relativamente alla pericolosità dei prodotti in questione». Sul sito www.codancons.it sarà pubblicato un modulo attraverso il quale, nell’ anonimato, le donne coinvolte potranno aderire alla class action. MA, COME HA sottolineato Balduzzi venerdì scorso, in Italia «non ci sono le premesse per creare allarmismi sulle protesi mammarie» e ha ribadito «quanto già affermato dal Consiglio superiore di sanità, cioè che non esistono prove di un legame tra le protesi Pip e l’ insorgere di tumore, ma esiste solo una maggiore probabilità di rottura delle stesse». Eppure, molte donne che si sono sottoposte all’ intervento attendono con ansia gli sviluppi. Tante le pazienti che stanno chiamando i chirurghi che le hanno operate. Il gruppo costituito ad hoc, già operante nell’ ambito del Consiglio superiore di sanità, tiene sotto controllo la situazione: si riunirà ancora nei prossimi giorni per esaminare i protocolli destinati alla gestione clinica dei casi. In Francia il governo ha raccomandato «a titolo preventivo» e «senza carattere d’ urgenza» la rimozione delle protesi alle 30 mila donne che si sono sottoposte all’ impianto. E ANCHE una cinquantunenne di origine milanese, ma ora a Roma per alcune terapie, si è sottoposta nell’ aprile 2010 in Francia a un intervento di mastoplastica additiva. Adesso chiede due milioni di risarcimento alla società francese Pip. La donna ha scoperto a maggio del 2011, da una mammografia di controllo, di avere un nodulo di 2 centimetri al seno destro, di origine maligna. Un mese dopo si è sottoposta a un intervento di rimozione del nodulo e alla sostituzione della protesi. La biopsia, suffragata da un riscontro medico-legale, secondo i suoi avvocati, avrebbe evidenziato il nesso causale tra il formarsi del carcinoma e l’ intervento di mastoplastica additiva con materiale pericoloso. I legali Marco Angelozzi e Giacinto Canzona assistono la donna nella richiesta e sostengono che «tra le varie forme di danno biologico c’ è anche il danno di rilevanza estetica». Intanto, è stato chiarito che l’ avviso di ricerca internazionale nei confronti di Jean Claude Mas, fondatore della società Pip, era stato emesso dall’ Interpol per guida in stato d’ ebbrezza in Costa Rica, e non per la vicenda delle protesi. Mas rischia una pena di tre anni di carcere.

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