11 Maggio 2006

PROCESSO PER LE TELEVENDITE

PROCESSO PER LE TELEVENDITE. Sentenza dopo 5 ore di camera di consiglio. La mamma si mette a piangere. Codacons: “Giusto, ma non basta“

Dieci anni a Vanna Marchi e a sua figlia



Roma. Dieci anni di reclusione per Vanna Marchi e dieci per la figlia Stefania Nobile, quattro anni a Francesco Campana, convivente della Marchi. È questa la sentenza emessa ieri sera al termine del processo contro la ex “regina delle televendite“. Dopo cinque ore di Camera di Consiglio, i giudici della decima sezione penale di Milano hanno dunque condannato i tre per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ritoccando al ribasso le richieste avanzate dall`accusa. Il pm Gaetano Ruta aveva chiesto infatti rispettivamente 12, 13 e 7 anni per i tre protagonisti del caso. La “clemenza“ dimostrata dal giudice si spiegherebbe con la caduta di alcune aggravanti e con la continuazione tra i vari episodi di truffa contestati. Ai truffati, la “banda“ dovrà restituire circa 2 milioni e 200mila euro. In più, le due donne sono state interdette per cinque anni dall`esercizio dell`attività di televendita. Alla lettura della sentenza Vanna e sua figlia hanno manifestato due reazioni opposte. Stefania Nobile è rimasta impassibile, mentre la madre ha tradito un`evidente commozione, mascherata da un paio di occhiali scuri. Il legale Liborio Cataliotti ha subito precisato: “È una pena spropositata, ci appelleremo“. Dopo quasi cinque anni, si è chiuso dunque uno dei casi più in un certo senso “nazionalpopolari“ e più inquietanti della storia processuale italiana. L`udienza di ieri, in aula erano presenti le due imputate, si è centrata interamente sugli interventi dei legali di Vanna Marchi e della figlia. Uno di questi, l`avvocato Cataliotti, ha esordito definendo “esorbitanti, folli, le richieste del pubblico ministero“ Ruta. Richieste che il legale ha definito anche “non ancorate al diritto“, a fronte di un reato come la truffa che è ritenuto nella nostra legislazione “bagatellare“. Così, Cataliotti aveva chiesto l`assoluzione per le proprie assistite perchè il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto. In subordine, in caso di condanna, aveva suggerito la cancellazione di tutte le aggravanti e la concessione delle attenuanti generiche. Inoltre in subordine aveva chiesto la prescrizione di alcuni reati e comunque il minimo della pena. L`avvocato Cataliotti aveva poi parlato di “persone già condannate dai media“. “Io sono certo, però, che nei prossimi gradi del processo tutto sarà riportato alla dimensione reale – aveva osservato -, rimarranno molti cadaveri del diritto e solo quelle truffe subite da 116 povere persone, tutte non commesse dalle mie assistite“. E proprio i punti principali del discorso della difesa sono stati “radiografati“ e contestati dal tg satirico di Canale 5 “Striscia la notizia“ che, in una puntata del passato, diede il via alle denunce. Nel corso delle udienze, erano state ascoltate decine e decine di persone cadute nella trappola dei numeri fortunati snocciolati dal falso mago Do Nascimento. Circa 140 i casi finiti a giudizio, anche se i contatti del gruppo sono arrivati a 300 mila. Il 3 aprile scorso si era concluso il processo stralcio davanti alla prima sezione penale del tribunale di Milano, presieduta dal giudice Edoardo D`Avossa, che ha condannato Vanna Marchi e la figlia Stefania a 2 anni e 6 mesi di reclusione per truffa aggravata. Lo stralcio si è reso necessario in quanto le querele di altre 6 persone erano arrivate troppo tardi per essere inserite nel troncone principale del processo che è finito ieri. La dinamica era analoga: numeri magici per vincere al lotto e amuleti conro la sfortuna in cambio di denaro. Chi non accettava riceveva minacce su minacce. “Giusta la condanna nei confronti di Vanna Marchi e Stefania Nobile, ma non basta“: è questa la posizione del Codacons, come spiega il presidente Carlo Rienzi. “Bisogna impedire le televendite di maghi, astrologhi, cartomanti, e più in generale fermare tutti quei teleimbonitori dell`occulto che imperversano sulle reti private a danno dei soggetti più deboli“.

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