11 Ottobre 2001

«Processi lumaca? Colpa degli avvocati»

PER LA PRIMA VOLTA UN TORINESE CHIEDE IL RISARCIMENTO DEI DANNI SUBITI. I GIUDICI SI OPPONGONO: NON E? COLPA NOSTRA


«Processi lumaca? Colpa degli avvocati»





Il caso è di quelli destinati a fare chiasso. Lo solleva un?associazione di consumatori, il CODACONS, pubblicizzando un decreto della seconda sezione civile della Corte d?appello. Motivo del contendere l?applicazione della «legge Pinto» sulla ragionevole durata dei processi in Italia: il cittadino che si ritenga danneggiato dall?eccessiva lunghezza di un processo penale o di una causa civile da alcuni mesi può rivolgersi alla magistratura contro il ministero della Giustizia. Ci ha provato un signore di La Spezia che aveva subìto un incidente stradale: la causa venne «iscritta» nel tribunale della sua città nel 1992 e fu decisa sei anni dopo in primo grado. Competente per i ricorsi sui ritardi dei colleghi liguri è la Corte d?appello torinese. Consigliato dal suo legale, autore di saggi sulla Corte europea di Strasburgo, il cittadino ha presentato ricorso e si è visto condannare a 8 milioni di spese processuali. Ne chiedeva 6 di risarcimento. Sono state in particolare le motivazioni del decreto dei giudici a suscitare le ire del CODACONS, che ha annunciato una pioggia di esposti. Il primo al Consiglio superiore della magistratura. «Quello che non è stato recepito dal sistema di Strasburgo – si legge nel decreto motivato del presidente Vincenzo Vitrò e dei giudici a latere Nicola Fuiano e Renata Silva – sta nel fatto che il termine lungo del processo italiano, sia in penale sia in civile, è ascrivibile al comportamento delle parti e dei loro difensori». Vitrò e colleghi se la prendono con la loro naturale controparte e financo con il sistema formativo del nostro paese. Perché così proseguono: «In Italia la maturità e la laurea in legge non si negano a nessuno; la scuola si è strutturata sulla promozione facile e sull?eliminazione della selezione». Il riferimento è alla crescita esponenziale delle toghe. Vitrò si ferma al quadro statistico del 1997, per affermare che «a quella data premevano sul processo italiano 100 mila avvocati a fronte dei 32 mila che esercitavano in Francia». Un suo modo per dire che la moltiplicazione dei legali è diventata la ragione principale della stanchezza del nostro sistema giudiziario? Pare proprio di sì, anche se il CODACONS ha diffuso solo una parte del decreto, quella che ha ritenuto più interessante. Le parole di questi giudici (che in primo luogo assolvono se stessi e i colleghi) evocano inevitabilmente la figura dell?azzeccagarbugli di manzoniana memoria, tutt?altro che scomparsa anche dalla realtà quotidiana. Altro, però, è chiamare sul banco degli imputati un?intera categoria. Quanto alle facoltà di legge, è arcinoto che laurearsi a Torino o a Sassari è più impegnativo che riuscirvi a Messina. Idem per gli esami di Stato: basta ricordare le polemiche e le inchieste giudiziarie sulla facilità con le quali si è diventati avvocati a Catanzaro sino a ieri. Ciò non toglie che fra i legali più stimati vi siano ex emigranti dell?esame di Stato. Per ribadire che non si può affrontare con l?accetta ogni questione. Tanto meno questa. E l?aver approffittato del proprio ruolo da parte di Vitrò e colleghi ha fatto arrabbiare moltissimo il CODACONS. Per l?associazione di consumatori il «decreto motivato ha offeso pesantemente tutti gli avvocati e gli insegnanti italiani», «costituisce un atto inaccettabile, oltraggioso….». E via di seguito, per concludere con un invito esteso a tutti gli ordini forensi d?Italia e allo stesso ministero della Pubblica Istruzione a sommergere di querele per diffamazione Vitrò e colleghi. C?è tuttavia qualcosa di più importante che il CODACONS denuncia con assai minore impetuosità: la stessa impalcatura giuridica del decreto, «costruita – sostiene un legale dell?Osservatorio sull?applicazione della legge Pinto – sull?assunto che la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell?uomo non abbia fissato parametri per definire se un processo ha avuto irragionevole durata. Conclusione: siccome nel processo civile sta al ricorrente portare la prova delle sue ragioni, quello del cittadino di La Spezia è stato respinto. Non è corporativo tutto ciò?». Forse vale la pena ricordare che la legge Pinto è stata varata per tamponare i ricorsi contro il sistema giudiziario italiano in sede europea. Dei 51772 dossier aperti a Strasburgo fra il novembre 1998 e il gennaio di quest?anno un quinto riguarda cittadini italiani. Persino quei giudici, ora, faticano a decidere entro 3 anni (il tempo della ragionevole durata dei processi fissato da loro stessi).

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