29 Dicembre 2002

Primo, salari e occupazione

Primo, salari e occupazione
Si apre un anno durissimo, decisivo il ruolo del sindacato

Non arriverà a compiere i fatidici dieci anni la concertazione. Il 2002, annus horribilis per i salari, si appresta a cedere il passo a un 2003 che dal punto di vista dell`occupazione registrerà macerie ovunque. Trecentomila i posti di lavoro a rischio, secondo una stima che ha tutta l`aria di essere prudenziale. Non erano proprio redistribuzione del reddito e occupazione i due obiettivi dell`accordo del 23 di luglio?
Il sindacato promette battaglia – proprio ieri Pezzotta ha giudicato come «irrealistica» l`ipotesi di una stagione di rinnovi contrattuali basata sull`inflazione programmata – ma in realtà a tenere il fronte sull`inflazione ormai sono soltanto le associazioni dei consumatori. Proprio ieri l`Intesa ha chiesto al premier Berlusconi un incontro urgente. Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori stimano per il 2002 una perdita del potere d`acquisto delle famiglie di 1.500 euro, che salirà di altri 300 euro già dal primo gennaio grazie agli incrementi delle tariffe. Il sindacato aspetterà che “passi la nottata“? A parte la Fiom, che ha convocato una conferenza stampa il 2 gennaio per fare il punto sulla vertenza Fiat, il panorama è piuttosto sconfortante. Basta guardare l`ultimo rinnovo contrattuale siglato da Cgil Cisl e Uil, quello del settore “vetro e ceramiche“. Si parla di un aumento intorno al 6% (calcolato tenendo conto di una inflazione attesa a livello europeo di circa il 4%), ma in realtà c`è poco di reale. «Innanzitutto perché viene utilizzato il meccanismo della distribuzione in tranche – sottolinea Dario Filippini, segretario generale della Filcea di Brescia – e poi perché non viene indicata una cifra definita ma una percentuale». Per Alfonso Degrilli, rappresentante sindacale, parlare di “inflazione attesa europea“ non fa che aumentare i sospetti di un pasticcio in quanto è noto che l`inflazione italiana sta al di sopra. «E quindi potrebbe accadere che al momento di fare il conguaglio dovremo ridare i soldi indietro», dice. Insomma, si tratta di un accordo che al di là delle parole segue passo passo la linea del 23 di luglio.

Per Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, c`è un problema «evidente» di coerenza. Il 13 gennaio si terrà il direttivo nazionale della Cgil. «Sarà quella la sede per capire se certe cose che abbiamo scritto nel documento votato all`inizio di novembre verranno messe in pratica». In quel testo si parlava di recupero dell`inflazione e di redistribuzione della produttività. «La Fiom sta mettendo in pratica quella politica – sottolinea Cremaschi – mentre le altre categorie di fatto stanno rientrando nel patto per l`Italia». Una accusa precisa che prende in considerazione anche il “buco“ dell`ultimo accordo con Banca Intesa che in un sol colpo ha fatto fuori circa 5.600 addetti. «Un accordo difensivo», lo definisce chi quell`accordo lo ha materialmente firmato. Ecco appunto, per quanto si potrà continuare ad andare avanti con questa logica della difesa? «Non si può continuare a rimandare. Vi è un nesso stretto tra contratti ed esuberi – conclude Cremaschi – l`ha detto pure Cofferati». Osvaldo Squassina, segretario della Fiom di Brescia, è ancora più esplicito: «Dalla difensiva bisogna passare a una piattaforma generale. Non si può pensare di fare uno sciopero ogni sei mesi». «Se vogliamo difendere gli interessi dei lavoratori dobbiamo fare una battaglia “per“», aggiunge. «Quando in passato si è scelto di non rivendicare i giusti aumenti salariali in cambio di una quota maggiore di occupazione si è finito per perdere su entrambi i fronti. Non solo, abbiamo cominciato ad avvertire forti pressioni anche sul piano delle condizioni di lavoro». Insomma, serve una piattaforma rivendicativa generale che sappia coniugare “il lavoro e la società“. La Fiom ci sta provando. Sarà per questo che si è attirata così tante diffidenze dentro la Cgil?

Intanto, sull`origine dell`aumento dei prezzi scoppia la polemica tra Confcommercio e Confindustria. Ognuno cerca di buttare la “croce“ addosso all`altro, ovviamente. Giampaolo Galli, capo economista dell`associazione degli industriali, parla senza mezzi termini di una responsabilità da addebitare all`antiquato sistema di distribuzione. «I beni, soprattutto quelli di tutti i giorni con un prezzo più piccolo, hanno patito forti rincari, gli arrotondamenti possono essere stati anche del 50%». E` un vecchio vizio quello di attribuire ai bottegai i mali dell`economia italiana. Questa volta la Confindustria viene, in parte, smentita dalle statistiche che parlano di un peso specifico della piccola distribuzione molto limitato. Secondo una ricerca di Cittadinanza Attiva, nell`acquisto di generi alimentari, quasi il 40% degli italiani sceglie il supermercato. Solo nel 14% dei casi ci si rivolge al negozio o bottega vicino casa.

Nella replica a Galli Confcommercio preferisce scegliere la strada della “condivisione di colta“. «L`inflazione – spiega in una nota Carlo Mochi, responsabile del centro studi dell`associazione – ha riguardato anche i prezzi praticati alla produzione sia industriale che agricola. Gli indici non sono omogenei ed i confronti portano quindi a valutazioni non corrette». Tuttavia, dal confronto tra i due, sottolinea Confcommercio, emerge comunque che tra agosto 2001 e marzo 2002 «i prezzi alla produzione sono aumentati su base annua in maniera più significativa rispetto al consumo. Considerando i tempi di trasferimento delle dinamiche alla produzione, questo spiega in parte gli andamenti della seconda parte dell`anno». Secondo l`associazione dei commercianti i prezzi sono dunque aumentati dell`1,6% alla produzione e del 2,1% al consumo. «Un dato – conclude Confcommercio – che mostra come il fenomeno dell`andamento dei prezzi sia proprio dell`intera filiale produzione-consumo».

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