16 Marzo 2010

Primi “paletti” all’ utilizzo degli occhiali 3D

 ROMA Niente Avatar o Alice in 3D per i bambini con meno di sei anni. E stop agli occhiali multiuso. Gli esperti del Consiglio superiore di sanità (Css), organo consultivo del ministero della Salute, hanno espresso il loro parere: l’ uso delle lenti per la visione tridimensionale dei film al cinema (la grande scommessa partita da Hollywood) è «controindicato» per i più piccoli, va «limitato nel tempo» per gli adulti e dev’ essere garantito con «fornitura di tipo monouso». Il verdetto, restrittivo come nessuno al mondo, è stato inviato ieri ai Dipartimenti di prevenzione delle Asl, al ministero dell’ Economia, al comando dei Nas (che in un mese hanno già sequestrato 7mila paia di occhiali) e al Codacons. Che per primo ha raccolto e denunciato le segnalazioni di spettatori che accusavano vertigini, mal di testa e nausea. L’ ultima "vittima" proprio ieri: una bambina milanese di tre anni finita al pronto soccorso oftalmico con l’ occhio gonfio come una noce per un’ «infiammazione acuta» cominciata poche ore dopo la visione di "Alice in the Wonderland" di Tim Burton. I genitori hanno già annunciato che faranno causa al gestore. La tesi del Css è chiara: le lenti 3D non sono dannose e non ci sono «controindicazioni cliniche » all’ uso, purché per brevi periodi. Ma il rischio di infezioni (come sembra capitato alla bimba milanese) rende necessari gli occhiali monouso. Comunque non sufficienti per i più piccoli, ritenuti più a rischio di «disturbi di ordine funzionale». Come mai? La spiegazione sta nel funzionamento dell’ illusione stereoscopica, basata sull’ uso di lenti e proiettori polarizzati, che filtrano i fasci luminosi in modo selettivo: uno in senso orizzontale e uno in verticale. «Ogni occhio, con le lenti, vede solo il filmato girato dalla relativa telecamera ed è questa visione binoculare a far percepire la terza dimensione », spiega Mario Stirpe, presidente dell’ Irccs oftalmologico Fondazione Bietti, che ha fornito agli esperti del ministero una relazione ad hoc. «Nei bimbi in tenera età la visione binoculare può non essere ancora presente o non del tutto consolidata o possono esserci difetti visivi non diagnosticati. E poi c’ è la preoccupazione che questa tecnologia dilaghi nei videogiochi per l’ infanzia». La decisione del Css suona dunque come un argine cautelativo. «Mi sembra solo un eccesso di zelo tutto italiano», commenta critico Paolo Protti, presidente Anec ( Associazione nazionale esercenti cinematografici), che ricorda come siano «già 14 milioni gli italiani che tra il 2009 e il 2010 hanno visto un film in 3D». Paletti a parte, Matteo Piovella, presidente della Società oculistica italiana, invita a seguire il buon senso: «Chi avverte malessere deve sospendere la visione e riprenderla solo se il disturbo è passato. La tridimensionalità è una vera finzione ottica che comporta un lavoro extra per occhi e cervello». Non tutti riescono a sopportarlo.

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