18 giugno 2017

Per portare lo «scippo» alla Consulta ci sono tre strade, tutte in salita

ANDREA FABOZZI II «La nostra battaglia non finirà così. Contro lo schiaffo alla democrazia ricorreremo alla Corte costituzionale». Susanna Camusso lo conferma dal palco di piazza San Giovanni. La Cgil vuole che siano i giudici delle leggi a dire l’ ultima parola sullo «scippo» di referendum. Ricordiamolo: quando erano già fissatele urne per il quesito sull’ abolizione dei voucher, il governo con un decreto ha abolito i voucher e fatto saltare il referendum ma, una volta scansato il voto popolare, con un nuovo decreto (la manovrina) ha reintrodotto gli stessi voucher. In prima battuta la Cgil si appella al presidente della Repubblica, perché valuti l’ opportunità di non promulgare la legge che «per motivi di necessità e urgenza» (obbligatori per un decreto) reintroduce quello che due mesi fa, e per gli stessi motivi, aveva abolito. Ma nel frattempo il sindacato valuta le strade per portare lo «scippo» davanti alla Corte costituzionale. Sono tre. Quella che in via Nazionale sarebbero orientati a seguire punta direttamente alla Cassazione, dove l’ ufficio centrale per il referendum lo scorso aprile – di fronte al primo decreto del governo – ha sospeso le operazioni referendarie. Perché si è trovato di fronte a una «abolizione secca di tutte le disposizioni fatte oggetto dei quesiti referendari». Alla Cassazione la Cgil in quanto promotrice del referendum può chiedere di revocare quella ordinanza. Visto che il governo ha cambiato idea, resuscitando i voucher. È una strada logicamente spianata ma giuridicamente impervia. Fu tentata anche in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre (il Codacons chiedeva di intervenire sul quesito). Invano. La revocazione è un tipo di impugnazione vincolata a una casistica ristretta. E l’ ufficio centrale per il referendum è un organo dall’ incerta definizione giuridica. La speranza dell’ ufficio legale della Cgil e di chi lo supporta è che i giudici della suprema corte sollevino una questione di costituzionalità sulla legge che regola il referendum, la 352 del 1970. Nella parte in cui non prevede che, una volta cancellato il referendum, il parlamento non possa riproporre la stessa legge che il popolo avrebbe potuto cancellare. Procedimento complesso, che può vantare però un prece ente importante perché era stata proprio la Corte costituzionle con una famosa sentenza «additiva» del 1978 a correggere la legge sul referendum, nel senso di prevedere che una consultazione popolare già convocata non potesse essere cancellata da un’ abrogazione parziale o manipolatoria della legge oggetto di referendum. Inoltre, se la questione di incostituzionalità arrivasse alla Consulta dalla Cassazione avrebbe ben altra forza rispetto al giudizio incidentale sollevato durante un’ udienza del tribunale ordinario. Anche questa però potrebbe essere una strada da tentare, per la Cgil. In fondo l’ esperienza recente delle leggi elettorali ha dimostrato che questa via per la tutela dei diritti è percorribile. E se la sentenza di incostituzionalità del Porcellum è nata da una questione sollevata in Cassazione, sono stati invece i tribunali ordinari a portare davanti alla Consulta l’ Italicum. In altre parole il sindacato potrebbe costituirsi a tutela dei suoi interessi nel caso in cui un lavoratore riuscisse ad ottenere da un giudice ordinario la sollevazione di una questione di costituzionalità sui voucher. È forse la strada più semplice per ar D’ altra parte, le chance di salvare il referendum sono pochi ne, anche perché il prossimo è un anno elettorale e referendum abrogativi (nella finestra 15 aprile -15 giugno) non se ne possono fare. Porterebbe a questo la terza strada, quella del conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale tra il comitato promotore, la Cgil, (in quanto pro tempore potere dello stato) e il governo e parlamento che hanno «scippato» il referendum. Molto dubbia, per il sindacato, l’ opportunità di aprire un conflitto del genere con il parlamento.
andrea fabozzi