10 Aprile 2019

Poca crescita, meno risorse Il governo nasconde il Def

vince tria: esplode il deficit, illusione flat tax e incubo iva. niente conferenza stampa
Un Def approvato senza una parola di commento, senza la tradizionale conferenza stampa, accompagnato solo da una nota tanto scarna quanto reticente di palazzo Chigi: «Confermati i programmi di governo. Nessuna nuova tassa. Nessuna manovra correttiva. Rispetto degli obiettivi fissati dalla commissione europea». La riunione del Consiglio dei ministri era stata altrettanto fulminea, una mezz’ oretta, appena il tempo di sedersi. La vera riunione che ha dato il via libera al Documento, presenti Conte, Tria, Salvini e Di Maio, invece era durata ore per concludersi però senza variazioni di rilievo alla bozza portata dal ministro dell’ economia. Il premier e i due vicepremier sono tornati a riunirsi, ma stavolta senza Tria e il particolare è eloquente, dopo il Consiglio lampo. Salvini e Di Maio hanno poi disdetto gli impegni televisivi già assunti per la serata. LA SEQUENZA delle riunioni, i tempi, il silenzio stampa dicono tutto sul quadro reale. Dicono tanto per cominciare che la tensione con il ministro dell’ economia è di nuovo alta. Perché, proprio come la settimana scorsa in materia di rimborsi ai truffati, Tria anche stavolta non cede. La previsione di crescita che campeggia nel Documento è quella che aveva messo nero su bianco il Mef: la crescita di quest’ anno, invece che dell’ 1%, sarà dello 0,1%. I decreti Crescita e Sbloccacantieri aiuteranno, «Confermati i programmi. Nessuna nuova tassa e nessuna manovra correttiva. Rispettati gli obiettivi fissati dalla commissione europea» La nota di palazzo Chigi Naufragate le previsioni ottimistiche della legge di bilancio: Pil 2019 a +0,1%. E con i decreti «crescita» e «sblocca cantieri» andrà meglio nel 2020 solo per un altro 0,1% ma di un soffio. Anzi di un decimale. Dunque la previsione per il prossimo anno è dello 0,2%. Il minimo indispensabile per rivendicare di aver almeno evitato la recessione e almeno per evitare che se ne parli apertamente. Non era quello a cui miravano Sal vini e Di Maio, che avrebbero voluto previsioni un po’ più rosee, smentite un po’ meno feroci del quadro roseo dipinto con l’ ultima legge di bilancio. MA IL VERO MOTIVO di tensio ne non è neppure questo: è quel cappio che pende sin dalla manovra 2019 e si avvicina sempre di più. La clausola di garanzia. L’ aumento dell’ Iva per 24 miliardi. Di Maio voleva che fosse chiarito che quell’ aumento non ci sarà. Esigeva e ha in parte ottenuto nella nota di palazzo Chigi, che venisse escluso formalmente il ricorso a nuove tasse. Per ora l’ aumento nei conti c’ è ma «in attesa di definire nei prossimi mesi misure alternative e un programma di revisione della spesa pubblica». È il trionfo della vaghezza, l’ ammissione esplicita che per ora il governo non ha idea di come reperire i fondi per evitare l’ aumento. Tria è pronto a provarci. Ma non se allo stesso tempo dovrà anche trovare le coperture per la Flat Tax sulla quale invece insiste Salvini. Alla fine il «primo mattone» che il leader leghista voleva fosse inserito nel Def c’ è. Ma è proprio un mattoncino e soprattutto è d’ argilla. Si parla di un sentiero per «i prossimi anni» con l’ introduzione «graduale» delle due aliquo te del 15 e del 20% su cui si basa il progetto della Lega «a partire dai redditi più bassi». Senza indicare con precisione i tempi. Senza nominare quella platea dei redditi fino a 50mila euro indicata da Sal vini che nella situazione data è per Tria inabbordabile. Senza specificare davvero con quali coperture, a parte il rimaneggiamento delle detrazioni e delle deduzioni e una «riduzione delle spese fiscali». SALVINI si dice soddisfatto: «La Flat Tax si farà: se ne parla in due passaggi. L’ aumento dell’ Iva non ci sarà». Di Maio canta vittoria: «La Flat Tax per il ceto medio è questione di buon senso». Ma è campagna elettorale. Il deficit è al 2,4%, dove lo avevano fissato Salvini e Di Maio l’ anno scorso prima dell’ intervento europeo. Ma soprattutto il deficit strutturale, invece di scendere sia pur lievemente, aumenta dall’ 1,3% all’ 1,6%. Con le elezioni alle porte Bruxelles farà finta di niente senza reclamare la manovra correttiva. Ma i nodi arriveranno al pettine a urne chiuse, quando bisognerà cominciare a parlare di coperture. Sino a quel momento meno si parla di Def e per il governo meglio è. Perché il quadro che dipinge è opposto a quello che profetizzava il governo meno di quattro mesi fa. Perché sui due nodi principali, Flat Tax e aumento Iva, bisogna evitare domande che sarebbero inevitabilmente molto scomode. E perché sullo stato dei rapporti tra i vicepremier e il ministro dell’ economia è meglio per ora calare un velo. soccupazione salirà quest’ anno all’ 11% dal 10,6% del 2018, il debito crescerà al 132,7%, un deficit stimato al 2,4% quest’ anno contro il giochino contabile del 2,04% approvato nella legge di bilancio a dicembre. Attenzione: la nuova stima del 2,4% non ha più lo stesso valore di quello festeggiato dagli improvvidi ministri cinque stelle dal balcone di Palazzo Chigi nella magica serata del 27 settembre 2018. A quel tempo, nel teatro delle ombre populiste, la crescita era data tra l’ 1 e l’ 1,5%. Ora è vicina allo zero, il paese è in stagnazione economica. Un altro mondo. SI VANNO INOLTRE precisando an che le stime dell’ occupazione prodotta, a suon di incentivi alle imprese modello Jobs Act, dal cosiddetto «reddito di cittadinanza»: 260mila occupati da oggi al 2022, si legge in una prima bozza del Programma nazionale riforme (Pnr) allegato al Def. Sessantacinquemila all’ anno. Una cifra modestissima per un prov vedimento mal pensato e ancora tutto da applicare. INIZIANO I TAGLI. A partire dalla conferma della clausola di salvaguardia stabilita dall’ ultima Legge di Bilancio: oltre 1 miliardo in meno alle imprese; 300 milioni in meno per la sicurezza della mobilità locale; 150 milioni in meno per la difesa e sicurezza del territorio; 100 milioni in meno per scuola, università e ricerca; 40 milioni in meno per le po- litiche sociali. Non solo. Per assicurare il consolidamento dei conti il governo rilancia una «spending review» e la rimodulazione di oltre 450 agevolazioni fiscali («tax expenditures») per sostenere il calo del deficit. L’ operazione è disperata, sono stati in molti a cimentarsi con esiti fallimentari. Oltre tutto è un tema elettoralmente devastante, in un paese con una tassazione mostruosa che ha trovato questa via per garantire un welfare indiretto. All’ esito di questa impresa è sospeso, al momento, il finanziamento della battaglia elettorale della Lega sulla «Flat Tax». In realtà si tratta di un regime d’ imposta sulle persone fisiche a due aliquote del 15 e 20 per cento che salvaguarderà le spese fiscali destinate al sostegno della famiglia e delle persone con disabilità. LE CONSEGUENZE del populismo liberista della Lega possono essere devastanti: secondo la Cgil un’ aliquota del 15% uguale per tutti, basata sui redditi dei nuclei familiari e non più personali, da zero a 50 mila euro comporterebbe effetti irrazionalmente distribuiti e benefici concentrati soprattutto sui redditi più alti e non su quelli medio -bassi. Infine comporterebbe uno svantaggio notevole anche per i secondi percettori di reddito, in gran parte donne. Per il Codacons i 12-15 miliardi di euro necessari per finanziare la «Flat tax» costerebbero 577 euro a famiglia in più all’ anno. Volevano semplificare le tasse, negando ogni progressività, rischiano di creare un’ altra tassa per il «ceto medio» che Luigi Di Maio dice di volere difendere. Per finanziare questa operazione si prevede un’ infornata di privatizzazioni e dismissioni immobiliari, varianti e rigenerazioni del patrimonio pubblico. Il governo favoleggia su un’ ulteriore cessione immobili da 1,25 miliardi tra il 2019 e il 2021. In una situazione economicamente compromessa è poco credibile. L’ anno bellissimo si preannuncia terribile.

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