Più soldi in famiglia, spese al palo Risparmio ai massimi dal 2010
istat: meno tasse, sale il potere d’ acquisto. ma i consumi restano deboli
Claudia Marin ROMA POTERE D’ ACQUISTO delle famiglie in netta ripresa. Effetto deflazione o effetto risparmio, fatto sta che, secondo l’ Istat, gli italiani hanno messo a segno un più 2,9 per cento in termini di capacità di acquisto, il rialzo maggiore dal 2007, quando la crisi doveva ancora esplodere. Ma questo non si è tradotto per ora in maggiori consumi. Anzi, è cresciuta, semmai, la propensione al risparmio. Come non accadeva dal 2010. L’ indagine dell’ Istituto di statistica sul secondo trimestre del 2016, aprile-giugno, va oltre i bilanci domestici, tirando anche le fila delle casse pubbliche, dove il disavanzo si riduce ancora, scendendo allo 0,2% e pure in questo caso si tratta del miglior dato da nove anni. Diminuisce anche la pressione fiscale, ma la crescita ereditata per quest’ anno scende allo 0,6%. MA FA premio principalmente il tema famiglie. La capacità di spesa sale dell’ 1,1% trimestre su trimestre, grazie a un reddito nominale in rialzo dell’ 1,3% e a prezzi praticamente fermi. Una dote che, però, non si riversa in consumi, che su base trimestrale salgono appena dello 0,2%. Tutto a vantaggio della propensione al risparmio. Il quadro è, almeno all’ apparenza, contraddittorio. La ricchezza cresce ma la domanda interna resta al palo. In uno scenario di calma piatta sul fronte listini le spese tendono a essere rinviate, in attesa di ulteriori sconti. Per il Codacons è proprio così: «Gli italiani sono sempre più formiche e mettono da parte i soldi rimandando gli acquisti al futuro». Quel che fa la differenza è «l’ incertezza», sottolinea invece Confesercenti, che teme uno stallo dovuto alla delusione per una ripresa anemica. «Nel secondo trimestre le famiglie italiane – stima – hanno potuto circa 130 euro in più per ogni nucleo: ma di questi ne hanno spesi solo 20, destinando i restanti 110 euro al risparmio». Più tranchant il commento di Adusbef e Federconsumatori: le due associazioni parlano di dati «sovrastimati», privi di riscontro «nella vita che i cittadini conducono, nelle difficoltà che affrontano». I DATI Istat, però, non tengono conto della distribuzione della ricchezza tra la popolazione. Fatto che, per altro, può influire anche sulla dinamica consumi. Intanto si alleggerisce il peso del fisco, con la pressione scesa al 42,3% nel secondo trimestre, inferiore di 0,4 punti rispetto all’ anno prima, anche se alcune voci delle imposte sono in aumento, come quelle legate alla prima voluntary disclosure (la regolarizzazione dei capitali detenuti all’ estero). Certo tutto è sempre legato al Pil, che l’ Istat rivede un po’ al ribasso, sia a livello trimestrale (da +0,8% a +0,7%) che come trascinamento sul 2016 (da +0,7% a +0,6%). Cambiamenti, frutto della revisione generale dei conti, alla luce di cui emerge anche una nuova cronologia della crisi: la fase acuta della recessione si sarebbe interrotta già a fine 2012, lasciando spazio a una lunga stagnazione, con la crescita che si è riaffacciata, e questa è una conferma, a inizio 2015.
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