10 Marzo 2010

Petrolchimico di Priolo “Chi inquina paghi”

LUSSEMBURGO Chi inquina, paga. Anche se, ai tempi dell’ inquinamento, non aveva commesso illeciti. Lo ha deciso la Corte europea di giustizia con una sentenza che riguarda il polo petrolchimico siracusano che si distende sulla costa tra Augusta, Priolo e Melilli Gargallo. Devono pagare il risanamento le Raffinerie Mediterranee Erg ( con 7,1 miliardi di fatturato è la prima azienda della Sicilia), l’ Eni e due sue consociate,la Syndial e la Polimeri Europa. La questione però potrebbe avere uno spessore assai diverso da quello locale. Può riguardare la questione spinosissima dei costi di disinquinamento nei cosiddetti "siti d’ interesse nazionale", cioè quegli insediamenti industriali dove decenni (o perfino un secolo, come nel caso di Marghera) di attività industriale ha lasciato tracce pesanti sull’ ambiente. La rada di Augusta è inquinata da quando cominciarono a insediarsi le prime aziende legate ai ritrovamenti di greggio in Sicilia: nel ‘ 49 la raffineria Rasiom (famiglia Moratti), poi la Liquigas e la chimica dell’ Edison e soprattutto negli anni 60e 70 l’ Esso e l’ Enichem Anic. Ovviamente, oggi il panorama delle aziende è cambiato in modo radicale ma le aziende di oggi che si affacciano sulla rada erano state costrette a pagare il risanamento di tutta la zona, compresi il fondale della baia. Inoltre era stato vietato alle imprese di poter usare i terreni di loro proprietà prima che fossero stati ripuliti a specchio da ogni traccia di inquinamento. Le imprese hanno fatto ricorso al Tar, alcune rivolgendosi al Tar Lazio e altre presentando i documenti al Tar Sicilia di Catania. Il Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo diede torto al Tar e alle aziende, confermando l’ obbligo del risanamento a spese delle società. Il Tar allora ha chiesto un parere ai giudici europei. Secondo l’ eurosentenza di ieri, «gli operatori che hanno impianti limitrofi a una zona inquinata possono essere considerati presunti responsabili dell’ inquinamento » anche se non hanno commesso illeciti; secondo la normativa Ue, affinché la responsabilità civile sia stabilita, è sufficiente che le autorità competenti dispongano di «indizi plausibili» che consentono di presumere un nesso di casualità fra le attività degli operatori e l’ inquinamento. Quali sono gli indizi plausibili che possono far attribuire l’ inquinamento ad alcune aziende? Secondo la corte del Lussemburgo sono, per esempio, la vicinanza degli impianti alla zona inquinata e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti trovate e i composti chimici tipici delle attività. I magistrati europei inoltre affermano che le autorità nazionali possono subordinare il diritto degli operatori a usare i terreni di loro proprietà a condizione che essi realizzino i lavori di riparazione ambientale imposti. Soddisfatta l’ associazione dei consumatori Codacons e soddisfatta soprattutto la Legambiente: la sentenza è «molto utile a sbloccare il risanamento ambientale delle 57 aree più inquinate d’ Italia, gestite dal 1998 in modo del tutto inefficiente dal ministero dell’ Ambiente con il Programma nazionale di bonifica, oltre alle migliaia di siti locali inquinati la cui bonifica compete a Regioni e Comuni». J.G. © RIPRODUZIONE RISERVATA IL PROBLEMA RISANAMENTO La decisione dei magistrati del Lussemburgo potrebbe avere effetti su tutti i 57 «siti di interesse nazionale» da disinquinare.
 

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