12 Febbraio 2015

Perché piace SANREMO a basso costo

Perché piace SANREMO a basso costo
 

NOSTRA INVIATA A SANREMO Signore e signori, dal palco dell’ Ariston arriva la conferma: la tv generalista è viva e vegeta. Mentre gli ultimi sei anni hanno vissuto la rivoluzione dei mille canali del digitale terrestre, l’ avanzata di Sky e la rivoluzione di internet, il Festival di Sanremo conferma una tendenza: le reti generaliste resistono, anzi, in occasione dei grandi eventi ampliano il pubblico televisivo, che peraltro in generale sta crescendo. Partiamo dai dati. La platea globale di telespettatori in Italia si è innalzata grazie a questo Festival da 26 milioni a 26 milioni 700mila spettatori. La prima serata realizza un milione in più del Sanremo dell’ anno scorso di Fabio Fazio e 4 punti in più di share: ovvero una media di 11 milioni 767 mila, con uno share del 49,34%. Insomma, Sanremo è stato visto da un italiano su due, con picchi impressionanti del 58,56% per Al Bano e Romina. «Questo è un Festival per la gente, per il pubblico. E soprattutto è un Festival pensato per la famiglia. Per questo sono molto contento del risultato e continueremo a lavorare in questa direzione», commenta Carlo Conti che ha portato a casa la sua missione, ovvero «ampliare il più possibile la forbice dei telespettatori», secondo uno schema onnicomprensivo che passa dalla sempiterna Felicità di Romina all’ inquietante barba di Conchita Wurst (la drag queen vincitore dell’ Eurosong Contest prudentemente inserita ieri sera a mezzanotte in sola veste di cantante), dalla gioiosa famiglia con sedici figli al comico Siani che sbeffeggia un ragazzino sovrappeso scatenando la polemica e le richieste ai vertici Rai di intervenire da parte del Codacons (preoccupato che possa alimentare il bullismo) e dall’ Osservatorio Tv e minori che denuncia violazioni del codice. Insomma, più generalisti di così, non si può, con una differenza: plausi e polemiche arrivano ormai dai social, specie Twitter, una sorta di nuovo indice di gradimento che svela una sempre maggiore connessione tra il web e la tv tradizionale. Tanto per dare le prime cifre, il picco di tweet Sanremo l’ ha avuto alle 21.42, con 3.107 cinguettii dedicati alla catanzarese famiglia Anania, su un totale di 441.287 tweet inviati nella prima puntata da 66.966 utenti, secondo il dato diffuso da “AudiSanremo”, l’ osservatorio di Radio Italia e Reputation Manager. In questo contesto, il Festival è una cartina di tornasole fondamentale per capire dove stanno andando la tv generalista e il servizio pubblico. Cita Battisti il direttore di Raiuno Giancarlo Leone: «Come fa uno scoglio ad arginare il mare? Negli ultimi due anni, Raiuno è stato uno scoglio che ha resistito alla grande crescita di Sky, ma è riuscita a tenere la media di ascolti al 19%. Credo che sia giusto che Raiuno vada avanti con la sua continuità – aggiunge Leone con il plauso del Dg Luigi Gubitosi -: cercherà di progredire, innovare senza perdere rapporto con il pubblico». «Quelli del Festival sono dati coerenti con la buona salute della tv generalista», spiega Massimo Scaglioni, docente di Storia della comunicazione all’ Università Cattolica di Milano. «Il primo punto di forza di una rete generalista sta nel-l’ attirare spettatori poco o non televisivi grazie a eventi forti come Sanremo o le serate di Benigni e Fiorello – spiega analizzando i dati -. La prima puntata del Festival, ad esempio, ha portato 3 milioni in più a Raiuno rispetto a un martedì normale. La seconda forza è la trasversalità. E questo Sanremo è stato capace di intercettare i giovani arrivando addirittura a un 59% di share fra le ragazze dai 15 ai 24 anni». Anche se, prosegue Scaglioni, «il grande problema di Raiuno è quello di arroccarsi troppo spesso su programmi pensati per il suo zoccolo duro di ultrasessantacinquenni». Ma come deve essere un buon servizio pubblico? «Il problema del servizio pubblico è la necessità di parlare a tutti – aggiunge Scaglioni -. La tv generalista in Europa, come in Italia, copre un 70% di telespettatori, contro un 30% delle pay tv. Ma, appunto, quel 30% è frammentato in miriadi di piccoli canali, contro i 7 della fetta generalista. Alla fine dell’ era della digitalizzazione, iniziata nel 2008, si pensava al boom della televisione on demand, ritagliata su misura, mentre resta una grande voglia di condivisione e di sincronia che può dare solo la tv generalista. Insomma, la gente guarda i canali tradizionali per poterli commentare in tempo reale tutti insieme sui social ». L’ importante è però che il servizio pubblico si diversifichi puntando su «standard alti di qualità, che non significa solo cultura, ma anche informazione e intrattenimento ben fatto». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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