21 Febbraio 2013

Perché non si parla di stipendi

Perché non si parla di stipendi

Tra le tante parole scomparse in questa campagna elettorale, una a sinistra fa più rumore: la parola ‘salari’. Trovarne traccia nelle dichiarazioni pubbliche registrate dall’ archivio Ansa somiglia a una caccia al tesoro: da inizio anno, si registrano unicamente gli allarmi dei sindacati, l’ indignazione di Antonio Di Pietro e gli strali di Paolo Ferrero, l’ unico a essere presente più volte. Per il centrosinistra, figurano solo il responsabile economico Stefano Fassina e l’ ex ministro Cesare Damiano. Per il resto, nonostante il frangente non sia certo di parsimonia verbale, il blackout assoluto. A cercare poi nei programmi delle coalizioni al voto va perfino peggio. In quello del Pdl ricorre una volta (“detassazione del salario di produttività”), esattamente come in quello di Monti (“decentramento della contrattazione salariale”) e del centrosinistra. Che si limita a un laconico e vago “spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti”. Del tutto assente dal programma del MoVimento 5 Stelle, il termine ricorre invece quattro volte in quello di Rivoluzione Civile. Dove si parla di una altrettanto vaga “convergenza fiscale e salariale” ma, quantomeno, si ricorda esplicitamente la realtà: “I lavoratori italiani hanno salari tra i più bassi d’ Europa”. Certo, misurare la presenza di un tema in campagna elettorale tramite la frequenza con cui è menzionato è un indice di misurazione approssimativo. Ma l’ assenza nel dibattito pubblico di un tema tanto importante per la vita quotidiana dei cittadini è disarmante. Soprattutto a fronte dei dati, che imporrebbero ben altra riflessione. Solo il 28 gennaio scorso, e dunque in pieno periodo elettorale, l’ Istat comunicava che nel 2012 in media i salari sono cresciuti dell’ 1,5 percento. Ma a fronte di un aumento dei prezzi doppio, del 3 percento. Risultato? Un divario a sfavore delle retribuzioni mai così elevato dal 1995. “Significa, tradotto in cifre, che una famiglia di tre persone ha avuto nel 2012 una perdita del potere d’ acquisto equivalente a 524 euro”, ha commentato il Codacons. Il tutto mentre, ricordava Eurostat a febbraio 2012, in Italia lo stipendio medio nel 2009 è stato di 23.406 euro: una cifra che ci relega agli ultimi posti in Europa, dove siamo superati non solo dalla Germania, in cui la media è stata 41 mila euro, e dalle prime della classe, Danimarca e Norvegia (rispettivamente 56.044 e 51.343 euro), ma anche dalla Spagna, a quota 26.316 euro in media. Due mesi più tardi, la conferma dell’ Ocse: tra i Paesi sviluppati l’ Italia è al 23esimo posto su 34. Senza grosse prospettive di miglioramento, peraltro. Come scrive il bollettino economico pubblicato da Bankitalia lo scorso ottobre, infatti, “nel complesso del 2012 e nel prossimo biennio le retribuzioni unitarie di fatto dovrebbero continuare a crescere a un ritmo inferiore a quello dei prezzi al consumo, con una conseguente ulteriore riduzione dei salari reali”. Se a questo si somma una produttività del lavoro asfittica (e in ulteriore calo, secondo le stime del Conference Board, nel 2013: -0,8%), anch’ essa tra le ultime nei Paesi Ocse, e una media di ore lavorate annue già elevata (1.774, 200 in più rispetto alla media dell’ Eurozona e ben 300 aggiuntive rispetto alla Germania), si comprende come il problema vada ben oltre un semplice aumento dei salari, ma coinvolga la competitività stessa del sistema Italia. Ci sarebbe di che discutere, insomma. E invece, anche a sinistra, si è giocata tutta la campagna elettorale o quasi sull’ Imu. Un aspetto importante della vicenda, certo: perché meno tasse vuol dire più capacità di spesa. Ma che non può esaurirla. Secondo il segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni , per esempio, è quella dei salari “la vera emergenza del Paese”. Raggiunto dall’ Espresso, il sindacalista aggiunge una amara valutazione sull’ assenza del tema nelle settimane di scontro in vista delle urne: “La questione salariale è nascosta”, dice, “come è nascosta la questione dell’ industria del manufatturiero che ci dà da vivere. E’ come se la classe politica disconoscesse ciò che fa vivere il nostro Paese”.
di Fabio Chiusi

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