14 Marzo 2013

Per i morti da amianto indennizzi milionari

Per i morti da amianto indennizzi milionari
       

di Laura Borsani Ora si fanno i conti con i risarcimenti per le morti da amianto. Cifre a cinque e a sei zeri, fino ad arrivare ad oltre il milione di euro. Difficile, ma anche estremamente penoso monetizzare la perdita di un congiunto, e il “vulnus” che l’ amianto ha aperto nel territorio del monfalconese. Ma ciò che hanno espresso ieri i legali rappresentanti delle parti civili è stato un vero e proprio “grido di dolore” dando voce a chi purtroppo non può più assaporare la vita. Gli avvocati hanno ripercorso il dramma amianto vissuto “dal di dentro”, sulla pelle delle famiglie. Lo hanno fatto con grande rispetto per le vittime e per i loro congiunti, straziati da una sofferenza incolmabile, ma soprattutto che «si poteva e si doveva evitare». Nell’ aula del Tribunale di Gorizia, davanti al giudice Matteo Trotta, sono risuonati gli importi. Indicativi, a fronte di un calcolo decisamente complesso. Sono stati così richiesti 700mila euro di danni dall’ avvocato Mariarosa Platania, per la morte del monfalconese Paolo Benes, a soli 49 anni strappato irrimediabilmente dalla moglie Maria Luisa e dai figli Massimiliano, Sabina e Alessio. In 900mila euro ha quantificato i danni l’ avvocato Lucia Rupolo, di Padova, da distribuire equamente alla vedova Maria Pia e ai figli Daniela e Massimo, per la perdita di Duilio Jarc, falegname di bordo, addetto agli allestimenti delle cabine. Risarcimenti in solido nei confronti degli imputati li hanno richiesti anche i legali delle parti civili di Fiom-Cgil, Codacons, della Provincia, della Regione, dell’ Inail e dell’ Associazione esposti amianto di Monfalcone. Con la Regione Friuli Venezia Giulia, rappresentata dall’ avvocato Mauro Cossina, a richiedere l’ importo più elevato, oltre un milione di euro. L’ avvocato Rossella Genovese, in nome dei diritti e delle regole di sicurezza “ignorate”, rivendicate dal sindacato, ha proposto 250mila euro, mentre l’ associazione dei consumatori, rappresentata dall’ avvocato Giovanni Tarragoni, ha rimesso la quantificazione del danno complessivo al giudice e, in subordine, una provvisionale di 7mila euro a carico degli imputati, in virtù della lesione del diritto alla sicurezza e alla tutela della salute e dell’ ambiente. L’ avvocato Francesco Donolato ha richiesto, da parte sua, per conto della Provincia il risarcimento di oltre 100mila euro in relazione ad uno studio «reso necessario dalla situazione che stava emergendo e che colpiva una non trascurabile quota della popolazione della provincia», suggerendo altri 500mila euro, facendo riferimento alla decisione della Corte d’ Assise di Torino (caso Thissen), in virtù del danno di immagine per l’ ente provinciale, messo di fronte a una vera e propria «questione sociale». Ieri si è sentita palpabile la distruzione di intere famiglie, non solo sotto il profilo affettivo, ma anche fisico, psicologico ed emotivo. L’ avvocato Platania ha fatto presente la necessità di riconoscimenti “personalizzati” dei danni. Ha parlato del danno biologico per chi subisce la perdita di un familiare a causa dello «choc fisico ed emotivo» sopportato da tutti i familiari coinvolti. Ha chiesto di tener conto del danno biologico del defunto per il manifestarsi della malattia, il calvario di esami, cure e devastanti interventi chirurgici. Ha parlato del danno morale perchè quando è morto il padre Paolo, al figlio Alessio, neanche 8 anni, è crollato il mondo addosso. E, ancora, i rapporti parentali, a fronte di una sofferenza che ha coinvolto l’ intera famiglia. Aspetti che «vanno sommati», considerando per giunta che tanta sofferenza «si poteva e si doveva evitare». L’ avvocato Lucia Rupolo ha raccontato di Duilio Jarc, che a bordo delle navi, quando segava i pannelli da montare nelle cabine «mangiava polvere». Si operava, accavallando in uno stesso ambiente più professionalità, a diretto contatto con l’ amianto. Le mascherine? Una sorta di “optional”, utilizzate a discrezione, senza alcun obbligo. Si arrivava al punto che, ha spiegato il legale, gli stessi lavoratori si proteggevano da sè, sentendone l’ esigenza. Un falegname, era la metà degli anni ’70, aveva addirittura inventato un meccanismo che, collegato a un tubo aspirante, raccoglieva le polveri di fibra in una cassettina. I lavoratori si spruzzavano aria compressa per “togliersi il grosso”. Il legale ha poi sciorinato innumerevoli verbali relativi alle riunioni del Comitato per la sicurezza, dai quali si evinceva la frequenza degli infortuni per comportamenti imprudenti dei lavoratori, senza quasi mai citare invece le malattie professionali. E, ancora, il temporeggiare di fronte alle obiezioni e alle richieste dei sindacati e dei lavoratori sulla sostituzione dell’ eternit. Risposta: lo faremo quando avremo materiale alternativo omologato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
        

 
        

 

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