26 Novembre 2008

Paura in aula, adesso è psicosi

Il capo dei presidi: «Se applicassimo la legge dovremmo chiudere tutti gli istituti»
 

 Ci sono i problemi, e ci sono le psicosi. I primi sono noti: un terzo delle scuole italiane non è in sicurezza secondo le norme stabilite dalla legge 626. E si sa anche che ci vogliono almeno 10 miliardi, forse 13 per affrontare questa emergenza. Ma dopo i fatti tragici di Rivoli, tutte le scuole che erano abituate a guardare con una certa indulgenza alle proprie crepe sui muri, sono attraversate ora da un panico riflesso. Il risultato è che tutte le incognite sulla stabilità e la sicurezza presenti nelle nostre aule, si stanno manifestando, dal Friuli fino alla Calabria. A Lucca, per esempio, un pezzo di intonaco si è staccato dal vano mensa dell’elementare «Dante Alighieri» e il servizio è stato tempestivamente sospeso. A Bergamo è stata una caldaia a fare le bizze, nel dubbio è stata spenta, ma al «linguistico» sono rimasti a fare lezione con il cappotto. E se il Friuli scopre di avere il 51% degli edifici scolastici senza l’agibilità, il Codacons sottolinea come questa percentuale tocchi il 70% nelle scuole dell’efficiente Lombardia.
«La situazione – dice il presidente dell’associazione nazionale presidi, Giorgio Rembado – è nota e purtroppo ci conviviamo da troppo tempo. La legge che imponeva di mettere le scuole in sicurezza è del 1991, ma da allora si vive in un regime di “proroga”, che vuol dire: le cose si faranno ma quando si potrà. per intanto si tira avanti». E, ovviamente, queste situazioni tendono ad esplodere quando l’attenzione sulle strutture scolastiche si fa più pressante, sotto l’effetto di un episodio drammatico. Così, per esempio, sempre ieri, a Grosseto si è preferito rimuovere il controsoffitto dell’Istituto agrario, quando si è visto che le piogge avevano generato una preoccupante macchia. Ma la scuola, di conseguenza, è stata chiusa. Il Veneto si è allarmato per la mancata certificazione di agibilità statica del 35% dei suoi edifici, e ieri ha disposto un sopralluogo in due casi giudicati «drammatici» a Soave e Liettoli. A Sassari, invece, a scanso di equivoci e brutte sorprese, si è preferito chiudere due scuole prima di doversi preoccupare per alcune infiltrazioni d’acqua determinate dai temporali.
«Noi presidi – racconta ancora Rembado – siamo tenuti ogni anno a presentare la mappa dei rischi di tutte le scuole, aggravato di volta in volta da esigenze di manutenzione ordinaria e straordinaria che non vengono eseguite. Purtroppo, però, abbiamo anche imparato a convivere con queste stazioni di rischio relativo, in quanto una rigidità nell’applicazione delle norme della 626 comporterebbe la chiusura immediata di gran parte delle scuole italiane». I sindaci e i presidenti di provincia, peraltro, sono subissati ogni anno dai rapporti provenienti dalle singole scuole, ma avendo un budget sempre più ridotto, «sono costretti – dice Rembado – a loro volta a stabilire delle priorità: “Caro preside – mi dicono – io ho nel mio territorio altre 15 situazioni come la sua e le assicuro che tra queste quella della sua scuola è tra le meno gravi” e quindi … eccetera eccetera».
Purtroppo, ammette Rembado, non basta neppure il morto per cambiare questo stato di cose: «Ora piangiamo il caso di Rivoli, ma non ci ricordiamo di San Giuliano di Puglia e dei suoi bambini? L’episodio tragico di cronaca tiene sveglia l’attenzione su questa emergenza per un certo lasso di tempo». Dopo di che la politica torna alle sue esigenze, alla coperta corta che comunque non coprirà tutto ciò che dovrebbe. E il grido costante dei presidi resta inascoltato. Questa è la sostanza. «La via maestra per uscire da questa situazione – aggiunge il presidente dei presidi italiani – sarebbe quella di fare un grandissimo investimento economico, stimato in maniera diversa tra i 4 e 15 miliardi. Facciamo una via di mezzo e diciamo che ce ne vogliono 8 o 9. Ma anche ad averli tutti e subito servirebbe comunque un tempo. E per intanto? Lasciamo i ragazzi senza scuola?».
L’associazione dei presidi, peraltro, una proposta al governo l’aveva pure fatta. «Quando si stava discutendo della finanziaria triennale – dice Rembado – che prevedeva tagli per 8 miliardi in tre anni alla scuola, noi non abbiamo eccepito sull’opportunità di questi risparmi: era una scelta politica del governo. Ma sulla destinazione dei medesimi, sì. La promessa è quella di reinvestire il 30% di questi tagli sulla qualità della professione docente, a iniziare dal 2010. Tolgono cioè 100 oggi e restituiscono 30 domani. Se anche quell’altro 70% fosse stato reinvestito nella scuola, forse ora avremmo dei fondi da destinare all’edilizia scolastica, invece di andarci a pagare i debiti di Alitalia o qualche altro malaffare del genere». In questo frangente, l’unica provincia a non farsi prendere dal panico e dalla psicosi da rischio, sembra essere quella di Vibo Valentia: delle 7 scuole meno sicure d’Italia, secondo il rapporto di Cittadinanzattiva, tre sono nel suo territorio. Peggio di così, che vorrà capitare?
 

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