20 Dicembre 2009

“Pasta, non esiste alcun cartello”

Riccardo Felicetti nega inciuci: «Maltrattati come i criminali»

TRENTO. «Il cartello dei pastai non esiste». Riccardo Felicetti, socio e responsabile commerciale del pastificio di Predazzo, commenta così la notizia dell’inchiesta della Procura di Roma sulle presunte manovre speculative che avrebbero determinato un anomalo rialzo del prezzo della pasta a partire dal settembre 2007: si parla di rincari dieci volte più alti di quelli del grano duro. L’indagine, che nei giorni scorsi ha portato alla perquisizione delle sedi di Barilla, De Cecco, Divella, Garofalo e Amato, è nata da un procedimento dell’Antitrust che aveva interessato anche l’azienda fiemmese, successivamente giudicata estranea al "cartello". Felicetti però esprime la massima solidarietà ai colleghi pastai. «La nostra è una posizione di disagio, anche se non siamo coinvolti da questa vicenda – spiega il responsabile commerciale del pastificio fiemmese, che conta 50 addetti e chiuderà il 2009 con un fatturato di 22 milioni e con un export del 70% -. Siamo vicini ai nostri colleghi maltrattati, paragonati addirittura al cartello di Medellin… Paragoni che lasciano inorridito chi lavora onestamente in un mercato libero». «Siamo consapevoli dei meccanismi politici ed economici che hanno portato a queste accuse – prosegue Felicetti -.  Qualsiasi imprenditore o libero professionista che lavori con il cuore non può accettare che il Codacons, per fare un esempio, sostenga che solo con il carcere si può mettere fine a questa situazione. Noi pastai siamo il capro espiatorio, gli errori sono stati commessi altrove. è una tempesta in un bicchier d’acqua, ma non avete idea del riscontro mediatico che una notizia del genere ha a livello internazionale: noi italiani siamo campioni mondiali a rovinarci con queste sparate mediatiche. A livello aziendale siamo assolutamente sereni, ma come imprenditore sono molto deluso: così i consumatori perdono la fiducia nei confronti di un prodotto che, in realtà, ha un prezzo molto piccolo». Eppure l’elaborazione del Garante dei prezzi sui dati Istat ed Ismea sembrerebbe parlare chiaro: nell’ottobre 2006 un chilo di frumento duro costava 0,15 euro, un chilo di semola (il semilavorato) 0,27 euro, un chilo di pasta 1,18 euro. Oggi il prezzo all’origine è salito a 0,18 euro (+4,2%), quello al consumo a 1,65 euro (+39,7%). Ma Felicetti non ci sta. «L’accusa è che la pasta è aumentata del 50%, ma nessuno dice che in questi anni il grano duro ha avuto rincari anche del 170%. In quei momenti non ci ha sostenuto nessuno e abbiamo subito perdite per mesi e mesi prima di poter modificare i listini. Eppoi, un aumento del 50% sono 20 centesimi a confezione, 4 centesimi a porzione, cifre per le quali nessuno si scandalizza quando si tratta, ad esempio, di mandare un sms… Improvvisamente i pastai sembrano essere diventati la categoria più ricca d’Italia, invece sono perlopiù aziende familiari – conclude Riccardo Felicetti -. Io non ho l’elicottero».
 

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