1 Maggio 2012

«Partita da rigiocare»

«Partita da rigiocare»

Luigi Salomone l.salomone@iltempo.it L’ arbitro Bergonzi stravolge la verità e alla fine paga solo la Lazio che chiede la non omologazione del risultato, la ripetizione della stessa oltre che l’ annullamento dei 20.000 euro di multa e della squalifiche di Marchetti (quattro turni) e Dias (tre turni). Ma l’ arbitro dovrebbe ammettere il suo errore e non lo farà. Dal referto dell’ impomatato Bergonzi sembra quasi che in un momento di delirio collettivo giocatori e dirigenti biancocelesti abbiano fatto tutto da soli domenica sera al Friuli. Udinese salva, non è successo nulla, non si menziona il fischio galeotto di uno spettatore oppure di qualcuno che era intorno al campo di gioco, non si censura il comportamento dei dirigenti friulani colpevoli tanto quanto i colleghi della Lazio in quei concitati momenti. Ma andiamo con ordine perché quanto successo al 94° di Udinese-Lazio rischia di essere un precedente pericoloso (chiunque in tribuna o dietro le panchine può fischiare senza essere punito interferendo sulla partita) e soprattutto di falsare un campionato già stravolto nella lotta scudetto col gol fantasma di Muntari in Milan-Juve. Errori su errori degli arbitri, come quello di Bergonzi che ha concesso un gol da annullare che può determinare la lotta Champions se la Lazio resusciterà nelle ultime tre gare di campionato. La differenza reti, che l’ anno scorso è valsa all’ Udinese il quarto posto proprio nei confronti della Lazio, basterebbe a spiegare il peso di quella rete. Il referto è per certi aspetti comico e testimonia lo stato confusionale dell’ arbitro che ha fatto spallucce: «Marchetti paga per avere, al termine della gara, sul terreno di gioco, posto da tergo le mani sulla spalla dell’ arbitro, spingendolo con veemenza» (guardando le immagini e ricordando episodi simili dove sta tutta questa veemenza?). Dias, da parte sua, espulso nel concitato finale, paga «per avere, al termine della gara, nel recinto di gioco, assunto un atteggiamento aggressivo e gravemente intimidatorio nei confronti del quarto uomo venendo trattenuto con la forza dai presenti». L’ ammenda alla società è «per aver omesso di impedire, al termine della gara, l’ ingresso non autorizzato nel recinto di gioco di un proprio dirigente e di un collaboratore, che spingeva un dirigente della squadra avversaria, facendolo cadere al suolo» (neanche il responsabile della comunicazione De Martino fosse Mike Tyson…). Divertente, non c’ è che dire. Ma non c’ era la responsabilità del club ospitante quando qualcuno entra in campo senza autorizzazione? Vabbè, in Friuli sono ormai votati alla santità come il tecnico Guidolin che prima esulta per la fine della partita e poi spergiura di non aver sentito il fischio. Una vergogna che si somma all’ atteggiamento di Bergonzi, rimasto per una mezz’ ora dentro il suo spogliatoio ad urlare ai suoi collaboratori perché si era reso conto di aver perso il controllo della partita e del regolamento che parla chiaro: gol annullato, palla scodellata e tutti a casa col giusto 1-0 per l’ Udinese. Invece l’ arbitro genovese, sempre pronto all’ inquadratura migliore a favore di telecamera, ha scelto di fare il protagonista rendendo infinita una partita ormai terminata. Già, perché la Lazio ha presentato il ricorso per tutelare l’ immagine di giocatori e dirigenti, che avranno pure reagito male ma a un torto evidente e soprattutto a un quarto uomo e allo stesso Bergonzi che avevano detto a loro e ai giocatori di casa che la rete sarebbe stata annullata. Il diesse Tare spiega: «È evidente che è un errore tecnico dell’ arbitro. Chi conosce bene il regolamento sa che in quel momento la partita va fermata». Furioso De Martino. «Dobbiamo difenderci – spiega ai microfoni di Lazio Style – e cercare di ribellarci ad un’ ingiustizia che c’ è stata, con un gol che potrebbe rivelarsi pesante per la classifica avulsa. Il triplice fischio viene da bordo campo, non dalla tribuna, non da un tifoso». E in serata spunta anche il ricorso del Codacons per la ripetizione della partita: siamo al completo.

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