7 Febbraio 2020

Palazzo del Cinema al Lido danni per quasi 13 milioni

è la somma contestata dalla corte di conti per l’ opera ideata nel 2011 e mai nata l’ inchiesta da un esposto del codacons. «la presenza di inquinanti era nota»
Roberta De Rossilido. Danni erariali per 12 milioni e 643 mila euro: tanto la Procura della Corte dei Conti contesta ai commissari straordinari, al responsabile del progetto, ai membri della commissione tecnica che seguirono la realizzazione del mai nato, nuovo Palazzo del Cinema.Il “buco” che ha sfregiato per anni il Lido è stato ormai risanato, ma resta il grave danno per le casse pubbliche che hanno pagato (salatissimo) l’ avvio di un’ opera che si voleva faraonica per celebrare i 150 anni dell’ Unità d’ Italia nel 2011 e invece fu abortita sul nascere, perché scavandone le fondamenta si scoprì che la terra era una discarica di amianto, probabilmente frutto dello smaltimento irregolare di vecchie capanne degli stabilimenti balneari nell’ area del forte austriaco. Da bonificare. Come è stato: a caro prezzo. Con tanto di cause e transazioni (due) tra la Sacaim che si era aggiudicata i lavori e il Comune di Venezia, risolte nel 2015 con l’ accordo per rinunciare al palazzo e compensare l’ impresa con il cantiere per la ristrutturazione del casinò, dello storico Palazzo del Cinema e la trasformazione del “buco” nella piazza che è oggi.Un danno complessivo di quasi 13 milioni di euro – ha calcolato la Procura contabile – da risarcire per l’ 83% allo Stato, per il 13% alla Regione Veneto e per il 4% al Comune.L’ inchiesta ha preso il via nel 2011, partendo da un esposto con il quale il Codacons denunciava come i lavori per la realizzazione del nuovo palazzo del Cinema fossero fermi da anni, per i mancati finanziamenti della mega-opera da 136 milioni di euro e per il rinvenimento di amianto durante i primi scavi. Nelle scorse settimane, il vice procuratore generale Giancarlo Di Maio – fatta la sintesi delle indagini della Guardia di finanza e delle conclusioni del proprio consulente, l’ ingegner Erio Calvelli – ha chiuso la lunga inchiesta e inviato un “invito a dedurre” ai 13 responsabili pubblici del progetto (commissari e subcommissari, rup, membri della commissione tecnica). L’ accusa che la Procura muove loro – sulla base delle conclusioni della consulenza tecnica di parte – è di non essersi accorti delle «lacune dell’ attività di progettazione esecutiva» da parte dell’ appaltatore, «posto che non sono risultati documenti progettuali circa l’ esecuzione di scavi archeologici e indagini finalizzate alla caratterizzazione del terreno».Nonostante fosse nota «la presenza di manufatti sotterranei, la possibile presenza di materiali inquinanti e residuati bellici nel terreno» – scrive il vice procuratore – «nella progettazione esecutiva si ometteva l’ esecuzione di appropriate indagini archeologiche e di verifica del sottosuolo, di ricerca residuati bellici e la bonifica successiva», limitandosi ad un’ analisi di superficie del terreno e non del sottosuolo.«La preventiva emersione del materiale inquinato», prosegue il magistrato , «avrebbe consentito di evitare l’ avvio dei lavori nel modo in cui è avvenuto e di procedere con soluzioni diverse, quali la riprogrammazione dell’ opera, il suo ridimensionamento, la rinuncia alla realizzazione per evitare la conseguenza dei lavori rimasti inutilizzati. La responsabilità per una progettazione esecutiva viziata e lacunosa è da ascrivere ai soggetti in rapporto di servizio con l’ amministrazione, cui competevano compiti di verifica e controllo d ell’ adeguatezza degli elaborati progettuali».Fatti i conti, dei 33 milioni spesi, la Procura ne contesta 12,6. Le difese potranno ora replicare alle accuse, poi la Procura tirerà le conclusioni e deciderà chi citare a giudizio tra i 13 indagati. –© RIPRODUZIONE RISERVATA.

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