7 Luglio 2021

Palacinema con il “buco”: alla fine non paga nessuno

Dopo  che  l’impresa  citata  in  causa  era  stata  anzi  indennizzata  che  altri  undici  funzionari  erano  stati  ritenuti  estranei,  infatti,  ora  sono  usciti  dal  processo  anche  due  ingegneri  chiamati  rifondere  4,1  milioni  allo  Stato,  alla  Regione  Veneto  al  Comune  di  Venezia.  Si  tratta  del  responsabile  unico  del  procedimento  Fabio  De  Santis  del  coordinatore  della  struttura  di  missione  Raniero  Fabrizi,  per  quali  il  viceprocuratore  Giancarlo  Di  Maio  aveva  chiesto  la  condanna  rispettivamente  2.876.316876.  1.232.707232.  euro.  LA  VICENDA  Lo  scandalo  era  esploso  nel  2011  attraverso  un  esposto  del  Codacons,  che  denunciava  l’impantanamento  dei  lavori  per  mancati  finanziamenti  per  il  rinvenimento  di  amianto.A  quel  punto  la  Guardia  di  finanza  aveva  ricostruito  le  tappe  della  vicenda,  iniziata  nel  2003  con  il  mandato  del  municipio  alla  Biennale  per  la  predisposizione  di  uno  studio  di  fattibilità  di  un  concorso  per  la  progettazione  preliminare  dell’opera  da  94,5  milioni,  inserita  fra  quelle  individuate  per  le  celebrazioni  del  150°  anniversario  dell’Unità  d’Italia  dunque  incardinata  sotto  la  Presidenza  del  Consiglio  dei  ministri.  Nel  2008  l’intervento  era  stato  affidato  alla  ditta  Sacaim,  che  nel  2009  aveva  segnalato  la  presenza  di  «materiale  terroso  con  sospetta  presenza  di  Eternit».  Da  quel  momento  in  poi  si  era  susseguita  una  sfilza  di  rinvii  rimpalli,  per  cui  sostanzialmente  il  nuovo  Palacinema  era  rimasto  sulla  carta,  generando  un  danno  quantificato  in  12,6  milioni.  Dopodiché  nel  2015  il  Comune  Sacaim  avevano  sottoscritto  una  transazione,  che  prevedeva  la  riqualificazione  degli  esistenti  Palazzo  del  Cinema  Palazzo  del  Casinò,  nonché  il  pagamento  di  2,8  milioni  dall’ente ll’azienda,  che  pure  secondo  la  Procura  contabile  sarebbe  stata  responsabile  di  metà  danno  e  dunque  di  circa  6  milioni.  L’ACCUSA  Sotto  la  lente  del  pm  Di  Maio  erano  finiti  tredici  “colletti  bianchi”.  Per  la  maggior  parte  di  loro  l’accusa  è  caduta,  mentre  a  De  Santis  e  Fabrizi  è  stato  contestato  di  non  aver  prescritto  «approfondite  indagini  nel  terreno».  Secondo  la  consulenza  disposta  dalla  Procura,  il  fatto  che  in  zona  preesistesse  «la  batteria  Quattro  Fontane,  fortificazione  austriaca  in  parte  demolita  e  in  parte  integrata  nella  nuova  costruzione»,  unito  alla  circostanza  che  erano  stati  rinvenuti  «residui  di  eternit»  nelle  vecchie  capanne  degli  stabilimenti  balneari  sul  lungomare  Marconi,  avrebbe  dovuto  indurre  i  responsabili  dell’opera  «a  svolgere  approfondite  indagini  archeologiche,  raccomandate  anche  dalla  Soprintendenza  per  i  beni  Archeologici  del  Veneto».  Invece  le  bonifiche  erano  state  «impostate  e  condotte  sulla  base  di  valutazioni  inesatte,  che on  avevano  compreso  la  natura  e  la  presenza  quantitativa  del  contaminante  nel  sito  degli  interventi,  né,  a  ben  maggior  discapito,  l’estensione  e  la  profondità  della  contaminazione».  LA  DIFESA  I  due  funzionari,  rappresentati  in  udienza  dagli  avvocati  Fabio  Baglivo  e  Tommaso  Fusillo,  hanno  affermato  innanzi  tutto  la  propria  estraneità  rispetto  alla  responsabilità  erariale.  Per  esempio  la  difesa  ha  rimarcato  il  «coinvolgimento  di  vari  soggetti  nella  verifica  delle  varie  fasi  di  progettazione»e  ha  sottolineato  che  «nessuna  Amministrazione  ha  mai  evidenziato,  in  tempo  utile  (ad  esempio  in  sede  di  conferenza  dei  servizi)  la  presenza  di  amianto  od  altri  inquinanti».In  secondo  luogo  i  legali  dei  due  ingegneri  hanno  invocato  il  riconoscimento  dell’intervenuta  prescrizione.  LE  MOTIVAZIONI  Proprio  quella  che  alla  fine  li  ha  salvati.  La  sezione  giurisdizionale  per  il  Veneto  della  Corte  dei  Conti,  presieduta  da  Carlo  Greco,  ha  infatti  ricordato  che  «la  prescrizione  del  diritto  al  risarcimento  del  danno,  oggetto  del  giudizio  di  responsabilità  amministrativa,  decorre  dal  momento  in  cui  si  è  verificato  il  fatto  dannoso,  intendendosi  il  fatto  come  comprensivo  dell’evento  dannoso  e  della  esteriorizzazione  o  conoscibilità  obiettiva  di  esso».  Ebbene,  secondo  il  collegio  le  istituzioni  hanno  saputo  del  danno  il  24  novembre  2011,  cioè  quando  «è  risultato  palese  alle  amministrazioni  danneggiate  il  pregiudizio  patrimoniale»  consistito  nel  pagamento  degli  stralci,  pertanto  «il  termine  prescrizionale  quinquennale  risultava  già  decorso  in  data  5  dicembre  2016»,  vale  a  dire  nel  giorno  in  cui  è  stata  perfezionata  la  notifica  degli  atti  di  costituzione  in  mora.  Dunque  per  i  giudici  «non  occorreva  attendere  la  decisione  del  totale  abbandono  dell’opera  (…) perché  fossero  conosciuti  o  conoscibili  la  presunta  inutilità  delle  spese  sostenute  e  l’ipotizzato  danno  erariale,  derivanti  dall’inadempimento  delle  obbligazioni».  In  definitiva  è  trascorso  troppo  tempo,  prima  che  venisse  presentato  il  conto  del  buco.  Dieci  anni  dopo  l’esposto,  questa  è  l’amara  fine  della  storia,  perlomeno  in  primo  grado.  Angela  Pederiva

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