18 Dicembre 2011

Paese a rischio, lobby indifferenti  

Paese a rischio, lobby indifferenti
 

Il Primo ministro Mario Monti lo ha ripetuto anche ieri: sono a rischio i risparmi degli italiani, specie i piccoli risparmi. Se la manovra, che tanti sacrifici ha imposto ai cittadini, non viene approvata, c’ è il pericolo concreto di evaporazione dei redditi. E all’ orizzonte non è ancora scongiurato il drammatico scenario del crollo dell’ euro e della bancarotta del Paese, che travolgerebbe tutti nel baratro. Di fronte alla situazione attuale così inquietante, anche il Parlamento nella sua maggioranza, dopo anni sperperati nell’ immobilità e nel vuoto di iniziative, ha deciso di sostenere un governo di emergenza nazionale, e le misure «eccezionali» che devono essere varate per salvare l’ Italia. Persino le forze politiche, le maggiori, le più responsabili, hanno deposto le armi con cui si sono scannate per un ventennio, conscie della gravità del momento. C’ era da aspettarsi anche tra le categorie sociali, economiche e professionali, per quanto contrariate e scontente di fronte ai pesantissimi contributi e rinunce richieste, una reazione di solidarietà comunitaria, che mettesse da parte una volta per tutte corporativismi, difesa di rendite di posizione, protezione di privilegi, egoismi sindacali. E invece, anche di fronte a scenari nazionali ed europei così foschi, che impongono a ciascuno di fare la propria parte fino in fondo, sono scattate pure in tale frangente le lobby di categoria e i poteri di veto, con scioperi e minacce di serrate, in un momento del Paese in cui bisognerebbe lavorare di più, meglio e in maniera più competitiva. È quanto avvenuto di fronte al pacchetto liberalizzazioni, che avrebbe comportato rilevanti risparmi per le tasche dei cittadini, in buona parte saltati per interessi corporativi. Ma è avvenuto anche con la proclamazione di scioperi da parte del sindacato che, per esempio nel campo dell’ editoria, sono solo a difesa degli interessi di pochi e del mantenimento di rendite e contributi ai giornali di partito. Colpisce, poi, nella protesta dei sindacati, l’ indizione di scioperi e la minaccia di sciopero generale perché il governo non ha concordato con loro la manovra. Non c’ è scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nello Statuto dei lavoratori, né in alcuna altra legge, che i sindacati – organizzazioni libere per la difesa di diritti sindacali e contrattuali – debbano cogovernare il Paese, obbligando governo e parlamento a trattare con loro le misure da adottare. Questa è responsabilità prima delle forze politiche, che sono elette dai cittadini e pertanto espressione della sovranità popolare. Non dei sindacati, che non sono eletti dai cittadini, e rappresentano pertanto i propri iscritti, non il Paese, né le forze sociali nel loro insieme. Proclamare scioperi perché il governo Monti non ha «contrattato» con il sindacato le misure della manovra, è pertanto arbitrario. Ed è pura azione di pressione lobbistica, che danneggia soltanto gli utenti. Ancora più impressionante si è rivelato il comportamento di organizzazioni sindacali come Cisl e Uil, che in anni e in frangenti meno drammatici degli attuali, hanno rotto l’ unità sindacale per appoggiare le misure del governo Berlusconi, e ora sono scese in piazza per rivendicare il proprio «diritto di veto», come hanno dichiarato anche ieri i segretari generali. Stessa visione corporativa hanno mostrato le lobby dei farmacisti, dei notai, dei taxisti, delle società autostradali, degli ordini professionali, persino degli edicolanti, anche se per ora la loro è rimasta una minaccia di serrata. Tutto per bloccare interventi di liberalizzazione, con comprovati vantaggi e risparmi per i consumatori, oltre che funzionali ad una più efficiente riorganizzazione dei vari settori. La potente lobby dei farmacisti ha impedito che i farmaci di fascia C possano essere venduti anche al di fuori delle farmacie. Si tratta di una parte cospicua del business dei farmacisti, su cui il ricarico è maggiore, e dove maggiori possono essere gli sconti e i prezzi competitivi se cresce la concorrenza. Sono prodotti pagati totalmente per intero dai pazienti, e su cui pertanto c’ è un incasso immediato e cash (12 milioni al giorno, media nazionale), senza dover attendere i rimborsi da parte delle regioni e delle aziende sanitarie. Ebbene, il mancato inserimento nella manovra della vendita libera dei farmaci con «ricetta bianca» costerà ai cittadini una mancato risparmio dai 250 (fonte Federdistribuzione) ai 500 milioni l’ anno (fonte Altroconsumo, Codacons). Oltre ad impedire la creazione di possibili 5.000 nuovi posti di lavoro. Stessa azione di lobby ha impedito di mettere mano al riordino dei tassisti, che fanno di una capitale come Roma la città con «le peggiori corse d’ Europa» e «il più scarso servizio in assoluto» (Indagine Fia, Federazione automobilistica internazionale). Il ministro Tremonti e il governo Berlusconi erano riusciti con la manovra d’ agosto a metter mano al settore taxi. ma è durato poco, e i tassisti sono usciti come d’ incanto dal decreto. A Roma, dove i taxi sono cari e spesso introvabili (avendo il monopolio se ne stanno fermi all’ aeroporto o alla stazione Termini), ci sono 7.850 taxi contro i 19mila di Londra, i 16mila di Madrid, i 15.600 di Parigi. Risultato: meno taxi quando se ne ha bisogno, e corse più care per l’ utente. Stesso movimento trasversale di lobby sul fronte degli ordini professionali e delle società autostradali, che per ora hanno ostacolato qualsiasi intervento governativo. Compreso quello vantaggiosissimo per gli automobilisti, di affidare la vigilanza di Autostrade all’ Autorità per i trasporti. Medesima azione di lobby è stata scatenata sul fronte delle frequenze televisive, dove il gioco è stato fin troppo facile quando il monopolista delle tv private sedeva anche a Palazzo Chigi. E la mancata asta pubblica delle frequenze vuol dire un mancato ricavo per lo Stato (cioè per i contribuenti) di almeno 4-5 miliardi di euro, se non di più. Vediamo ora se su questo fronte Monti riuscirà a spezzare il duopolio e a vincere le pressioni. Per troppi decenni in questo nostro Paese non sono state fatte le riforme per l’ interessata negligenza dei partiti, attenti solo a favorire spezzoni del proprio elettorato, con grave danno del bene comune. Troppo a lungo sindacati e corporazioni hanno usato poteri di veto a loro non spettanti, facendo ritardare riforme come quelle delle pensioni che, se attuate prima, non sarebbero state così impattanti sui lavoratori e sui pensionati. Per troppo tempo, lobby di categoria hanno ostacolato il riordino dei vari settori economici per mantenersi rendite non più giustificabili. Questo non è più ammissibile se vogliamo salvare il nostro Paese, e non soltanto i nostri interessi particolari e settoriali.
 

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