9 Agosto 2010

Pa, al via l’ azione di classe contro la pa. Tra tanti dubbi

Pa, al via l’ azione di classe contro la pa. Tra tanti dubbi
 

Obbligate all’ efficienza. Ora le pubbliche amministrazioni non avranno più scuse: con l’ emanazione delle linee guida per la determinazione degli standard di qualità (delibera 89/2010), la Civit, commissione per la valutazione, la trasparenza e l’ integrità delle pubbliche amministrazioni, ha indicato i parametri minimi cui i servizi pubblici dovranno attenersi per l’ esercizio delle loro funzioni. La definizione, che diventerà pienamente operativa dal primo gennaio del 2011, segna un passo importante per il futuro della class action amministrativa che, soltanto adesso, potrà entrare pienamente nel vivo (il decreto legislativo n. 198 del 20 dicembre 2009 ha previsto che il nuovo contenzioso partisse il 1 luglio 2010), Misurando in concreto la sua efficacia. L’ assenza di parametri di riferimento per la sanzionabilità di alcuni comportamenti dei servizi pubblici era stato infatti finora un limite all’ attuazione vera e propria della class action prevista dal dlgs. 150/2009. Pur avendo la normativa stabilito un’ ampia casistica di disservizi al ricorrere dei quali era possibile azionare l’ azione di classe contro i servizi pubblici, mancavano infatti gli standard minimi di qualità da rispettare cui far riferimento. Era, cioè, possibile attivare un’ azione di classe facendo riferimento alle previsioni di termini fissati da leggi o regolamenti oppure alle carte dei servizi già esistenti (o da eventuali altri provvedimenti adottati dalle singole amministrazioni), ma la mancanza di uniformità fra le carte di servizio nei vari settori e l’ assenza di uno standard minimo da rispettare, ha reso più difficile l’ utilizzo dello strumento. Un limite rilevato in più occasioni anche dall’ Adiconsum, associazione difesa consumatori e ambiente, secondo cui nella definizione di standard minimi, un ruolo importante potrebbe essere svolto dal negoziato tra servizi pubblici e associazioni di consumatori. Le linee guida della Civit Ora la Civit ha precisato che tempestività, qualità, trasparenza, accessibilità ed efficacia dovranno essere i punti di forza dei servizi pubblici. La Commissione si è focalizzata sulla misurazione delle performance a livello organizzativo, rimandando le indicazioni per il livello delle prestazioni individuali ad un documento successivo, a cui seguiranno delibere relative alle linee guida per l’ impostazione generale del ciclo, piano e relazione sulla performance. Si tratta, chiaramente, di indicazioni di massima cui i singoli uffici dovranno attenersi per varare i propri standard qualitativi ed economici, dalla cui violazione, però, scaturirà il diritto degli utenti di ottenere il ripristino della funzione o la corretta erogazione di un servizio. L’ azione collettiva non è la class action A questo proposito, va ricordato come, la class action pensata dal ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta, in vigore dal 1 luglio, non preveda il risarcimento del danno economico in caso di mancata erogazione del servizio della pubblica amministrazione. Al contrario dell’ azione di classe regolata dal Codice di consumo, essa mira al ripristino dell’ efficienza del servizio, con l’ eliminazione dei disservizi e delle criticità di cui gli utenti possono essere rimasti vittime nei rapporti con i servizi pubblici. Che comprendono, in senso ampio, sia le prestazioni della pubblica amministrazione sia quelle dei gestori di telefonia, energia e trasporti. L’ azione Brunettiana mira più che altro ad innescare un processo virtuoso di responsabilizzazione dei consumatori e delle aziende, obbligate a rendersi efficienti per non incorrere in azioni di classe. Chiamarla Class action è dunque improprio, considerato che per il risarcimento del danno, l’ utente consumatore dovrà eventualmente ricorrere ad altro giudizio (azione di classe in base all’ art. 140 bis del codice di consumo). Ad ogni modo, superata l’ impasse dell’ assenza di standard uniformi, le azioni collettive nei confronti della pa potrebbero prendere sempre più piede. Il condizionale, però, è d’ obbligo. E non solo per l’ incognita relativa all’ effettivo utilizzo che i consumatori-utenti ne faranno. L’ efficacia della class action, nel lungo periodo, dipenderà, difatti, anche dalle interpretazioni che i giudici daranno delle norme. La prima class action negata a Torino ai consumatori E’ , infatti, destinata a fare precedente la recente pronuncia di Torino, con la quale i magistrati hanno dichiarato inammissibile la class action promossa dal Codacons, attraverso l’ iniziativa del presidente Carlo Rienzi, contro le commissioni di massimo scoperto dei conti correnti applicate dal gruppo bancario Intesa Sanpaolo. Nell’ ordinanza di rigetto viene contestata la carenza di interesse del proponente, escludendo che la legittimazione all’ azione di classe possa essere attribuita genericamente ad una associazione di consumatori, mentre deve essere portata avanti in nome proprio dal singolo consumatore o utente. A patto, ovviamente, che la sua posizione soggettiva sia omogenea rispetto a quella degli altri componenti della classe. Il singolo può poi dare mandato a un’ associazione secondo il meccanismo della rappresentanza processuale, ma tutti gli altri soggetti titolari di diritti identici od omogenei, pur potendo aderire alla domanda, non diventano mai parti del giudizio e non acquisiscono poteri di impulso processuale o di potere di impugnare la decisione. Al centro del giudizio contro Intesa San Paolo poi anche le diverse interpretazioni sulla nozione di consumatore e la necessaria esistenza di un interesse ad agire «concreto ed attuale». La pronuncia dei giudici di Torino sulla carenza di interesse del soggetto proponente ha fatto emergere una criticità sulla legittimazione attiva che era stata messa, da subito, in risalto dall’ Adiconsum. In un convegno organizzato sul tema "Class Action contro Pa e gestori dei servizi pubblici- quale efficacia per migliorare la qualità dei servizi?", il segretario generale Paolo Landi aveva rilevato il limite costituito dal non riconoscimento alle associazioni dei consumatori del diritto alla promozione della class action in quanto portatori di un interesse generale o perché riconosciute dalle istituzioni, ma solo in quanto rappresentanti di persone coinvolte. La legittimazione attiva all’ azione è ai singoli Secondo la normativa, dunque, gli unici ad avere il diritto di attivare la class action sono gli utenti-consumatori coinvolti dal disservizio, che possono comunque rivolgersi alle associazioni. Aspetto confermato dai magistrati che hanno infatti rilevato come «la legittimazione a proporre, a tutela di diritti individuali omogenei dei consumatori e utenti, la nuova azione di classe, spetta a ciascun consumatore della classe, il quale può agire sia in proprio, purché assistito con le normali formule del processo ordinario, sia «mediante mandato concesso ad una associazione , con normale rappresentanza processuale». Non può sfuggire l’ incidenza che questa prima interpretazione sulla legittimazione ad agire avrà sui prossimi verdetti. A Roma si attende la pronuncia sull’ ammissibilità di un’ analoga azione da parte del Codacons verso Unicredit, mentre ad ottobre i giudici di Milano si pronunceranno sull’ azione instaurata contro la Voden Medical Instruments, società ideatrice e distributrice del test fai da te contro l’ influenza A, commercializzato durante l’ allarme e ritenuto anche dal Ministro alla Salute Ferruccio Fazio «inefficace e inutile». Il Codacons ha dato avvio inoltre avvio ad altre class action: per bloccare i pagamenti dei vaccini contro il virus H1N1, mettere in sicurezza le aree a rischio frana in nove comuni, risarcire le famiglie i cui ragazzi sono costretti a studiare nelle "classi pollaio", consentire ai pensionati ante 1994 che avevano ricevuto anche la pensione di reversibilità del coniuge deceduto di avere l’ indennità integrativa speciale per intero e non dimezzata. Il limite delle risorse umane della pubblica amministrazione Il successo della class action, dipenderà molto anche da quello che le associazioni dei consumatori riusciranno a fare. Certo il limite della legittimazione attiva non è di poco conto. Ma non è l’ unico. Landi, sempre in occasione del convegno, ha rilevato come l’ azione collettiva sia di fatto molto limitata da un altro aspetto: per ben tre volte la normativa prevede che dall’ attuazione del provvedimento del giudice non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. I disservizi, dunque, potranno essere eliminati solo nell’ ambito delle risorse strumentali, finanziarie e umane a disposizione della Pubblica amministrazione. Una soluzione che, al segretario di Adiconsum, era sembrata un alibi per consentire all’ amministrazione di non uniformarsi al provvedimento del giudice in assenza di personale sufficiente, professionalità adeguate, attrezzature necessarie. Obbligando, a quel punto, il cittadino ad agire in un giudizio separato ed autonomo, per ottenere almeno il risarcimento del danno. Con ulteriore aggravio di costi e di processi. E a proposito di costi, anche il ricorso al Tar, dopo la diffida notificata alla Pa o al concessionario dei servizi, comporterà spese processuali per i soggetti proponenti. Per questo, Landi è convinto che l’ arma migliore da utilizzare per ottenere qualcosa dalla Pa, possa essere l’ utilizzo della diffida in modo da far aprire una successiva richiesta di confronto tra l’ utente e la pa, senza costi aggiuntivi. Una sorta di tavolo di confronto e di negoziato per risolvere, senza giudici, le criticità e migliorare la qualità e l’ efficienza del servizio oggetto dell’ azione collettiva. © Riproduzione riservata.

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