1 Maggio 2011

Operato, perde una gamba

Operato, perde una gamba
 

«Sono entrato al Policlinico per problemi causati dal diabete. Mi hanno ricoverato nel reparto di cardiologia e ora sono qui, con una gamba in meno. Amputato». Comincia così il racconto dell’ odissea di Fausto Valentini, carpigiano, 60 anni, che dopo un doppio intervento di angioplastica e le conseguenze di controlli effettuati tardi e a suo dire con molta superficialità, si è rivolto all’ ospedale di Baggiovara dove non hanno potuto fare altro che amputargli la gamba sinistra sotto il ginocchio. «Ancora una volta c’ è di mezzo il reparto guidato dalla dottoressa Modena – spiega il responsabile Codacons, Fabio Galli, che ha organizzato la conferenza stampa sul suo caso nella sede dell’ associazione consumatori – Non si dica che c’ è accanimento nei suoi confronti ma ancora una volta ci troviamo di fronte a una vicenda che chiama in causa la quotidianità di un reparto che la Modena definisce di eccellenza. Non discuto sui livelli di qualità e sono altrettanto certo che al Policlinico ci siano realtà ai vertici dell’ efficienza medica nazionale. Nel caso di Valentini però è in ballo la forma e la sostanza del consenso informato, che a lui viene fatto firmare per due interventi diversi su due moduli identici: se avesse saputo dei rischi cosa avrebbe decideso?» La moglie Patrizia, che assiste il marito da quando è rimasto in carrozzina, è più diretta: «Se mio marito avesse saputo delle possibili conseguenze – dice – non si sarebbe fatto operare. Di fronte all’ ipotesi di amputazione qualsiasi persona, noi per primi, avremmo scelto di aspettare che la natura facesse il suo corso. Lo avremmo operato avanti negli anni». «Sono entrato al Policlinico alla metà di luglio – racconta Valentini, seduto sulla sua sedia a rotelle, dimagrito di 25 chili durante i ricoveri – Era necessario l’ esame con l’ ecodoppler e il medico segnalò subito l’ urgenza di coronarografia e angioplastica per salvaguardare la circolazione nelle gambe. I problemi sono nati con quest’ ultimo intervento, al termine del quale in un paio d’ ore persi ogni sensibilità alla gamba sinistra. Ho segnalato subito il fatto ma la situazione non migliorava. In pochissimo tempo vengo dimesso e per dieci giorni, sei ore al giorno, faccio flebo per rendere più fluido il sangue mentre i dolori diventano intollerabili. La gamba era sempre più nera e ai primi d’ agosto nuovo ricovero con intervento sulla stessa gamba, identico. Non l’ avessero mai fatto: la situazione diventa drammatica. Mi dimettono lo stesso con il piede che inizia la sua cancrena. Nei giorni successivi mia moglie cerca i medici ma riesce solo a ottenere un controllo in dermatologia. Lì controllano l’ alluce, tagliano la carne morta e mi dicono che non possono fare nulla; dopo di che ho visto solo infermieri. In breve. Pochi giorni dopo vado a Baggiovara con dolori lancinanti e lì riescono a calmare il male ma mi tolgono ogni speranza. E’ troppo tardi, il piede è morto e devono amputare. Tentano qualche cura per ridurre il danno ma alla fine tagliano sotto il ginocchio, tutto è perduto. Chi devo ringraziare? Di sicuro una donna delle pulizie, l’ unica che alle 5 del mattino mi ha offerto una poltroncina quando mi ha visto che camminavo intontito dalla stanchezza perchè da sdraiato il dolore era insopportabile. Il resto è scritto nelle cartelle cliniche. Vorrei che quanto è successo non toccasse più a nessun altro».

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