“Occhiali 3D pericolosi”, inchiesta della procura
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fonte:
- la Repubblica
“Occhiali 3D pericolosi”, inchiesta della procura
ROMA – Fanno male agli occhi, sono portatori di batteri e virus, e, una delle quattro ditte al mondo che li produce, utilizza materiali non a norma. Così gli occhiali 3D indossati al cinema sia dai bimbi che dagli adulti sono finiti nel mirino della procura di Roma che ha aperto un’ inchiesta. E in queste ore la magistratura deciderà se ritirarli dalle sale cinematografiche di tutta Italia. L’ inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Pietro Pollidori a cui il Codacons, qualche tempo fa, ha consegnato un esposto che evidenzia non solo la pericolosità delle lenti ma anche l’ utilizzo improprio che di questi occhiali viene fatto nelle sale. Ai carabinieri del Nas sono stati immediatamente affidati gli accertamenti sul campo e la relazione dei militari del nucleo antisofisticazioni e sanità ha rafforzato l’ ipotesi investigativa del magistrato romano che ieri ha aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato. Il pm deve ancora pronunciarsi sulla richiesta di sequestro preventivo degli occhialini avanzata dall’ associazione consumatori. Per ora sotto i riflettori della magistratura romana è finita un’ impresa giapponese, una delle quattro che produce gli occhiali 3D. «Non si tratta della Sony», specificano gli inquirenti, ma è certo che la ditta sotto accusa rifornisce la gran parte delle sale italiane. Le anomalie, a cominciare dai materiali con cui vengono costruiti gli occhiali, sono tante e gli effetti nocivi sembrano inconfutabili. Emblematico il caso di una bimba di 3 anni di Milano che dopo aver assistito, nel 2010, alla proiezione pomeridiana di un cartone animato indossando appunto gli occhiali, «riportò una fortissima infiammazione all’ occhio sinistro». La sera il suo occhio iniziò a gonfiarsi e la mattina dopo «aveva assunto le dimensioni di una noce». I genitori, racconta il Codacons, hanno allora portato la bimba al pronto soccorso dove i medici le hanno riscontrato «un’ infiammazione acuta» e somministrato una pomata cortisonica, escludendo la presenza di ecchimosi e lesioni da colpo. All’ epoca l’ associazione dei consumatori denunciò per la prima volta il potenziale pericolo degli occhiali per la visione in 3D. «Gli occhiali non hanno marcatura Ce, sono di materiali di ignota provenienza, non vengono sterilizzati dopo l’ uso e cambiano almeno tre volti al giorno». Così sulla questione scese in campo il ministero della Salute, che attraverso due diverse circolari (una del 17 marzo 2010, l’ altra del 6 agosto dello stesso anno) impose delle direttive sull’ utilizzo delle lenti 3D. Nella prima si legge che il Consiglio superiore di Sanità ha rilevato «qualche disturbo di ordine funzionale in soggetti di tenera età, sia perché ancora la visione binoculare non è presente o non del tutto consolidata, sia perché i bimbi possono essere affetti da strabismo o da altro disturbo visivo». Pertanto la direttiva imponeva ai gestori delle sale di avvisare che la visione degli spettacoli in tre dimensioni «è controindicata ai bambini al di sotto dei sei anni e che l’ utilizzo degli occhiali anche negli adulti va limitato nel tempo, per una durata non superiore a quella di un singolo spettacolo, compreso l’ intervallo». Ma c’ è di più: il ministero della Salute accertò anche che «il rischio di trasmissione di infezioni batteriche e virali derivanti dall’ utilizzazione inadeguata degli occhiali 3D» nel passaggio da una persona a un’ altra tende ad aumentare. Pertanto si stabilì o l’ impiego «monouso degli occhialini » oppure che fossero costruiti con materiali particolari. Tre ditte su quattro hanno raccolto la direttiva e si sono adeguate. Una di queste no. E ora lei e i suoi prodotti sono finiti sotto inchiesta. © RIPRODUZIONE RISERVATA
federica angeli
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