18 Novembre 2020

Niente visite mediche a casa. Ma le Regioni fanno ricorso

 

Niccolò Carratelli ROMA. Non ci stanno a passare per quelli che si tirano fuori dalla lotta «casa per casa» al Covid. Ma nemmeno ad andare allo sbaraglio a visitare a domicilio i pazienti positivi. I medici di famiglia hanno accolto con un generale sospiro di sollievo la sentenza del Tar del Lazio, che ha messo nero su bianco quello che alcuni sindacati (non tutti) denunciavano da tempo: l’assistenza casalinga ai malati Covid spetta alle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale, istituite dal governo con un decreto lo scorso marzo.

Ma, pur essendo stati stanziati oltre 700 milioni di euro per formare 1200 unità mobili in tutta Italia, una ogni 50mila abitanti, in realtà al momento quelle attive sono circa la metà e nemmeno presenti in tutte le regioni. Partite ovunque in netto ritardo, spesso formate in maggioranza da giovani specializzandi o neolaureati.

Nel Lazio, dopo due bandi andati deserti, si sono inventati una variante, le Usca-R, con un’adesione volontaria dei medici di base: quelli «esperti» sono solo 38 su 300, «facciamo da tutor e coordinatori dei più giovani» spiega Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Fimmg e responsabile del sistema Usca-R: «Da ottobre abbiamo evitato più di 200 accessi al pronto soccorso. E andiamo anche nelle Rsa per anziani e nei Covid hotel, dove i medici di famiglia e le Usca normali non vanno». Per Bartoletti la sentenza del Tar del Lazio, che ha definito «improprie distrazioni» le visite domiciliari ai malati Covid, non cambia nulla: «Si va avanti, la Regione farà ricorso al Consiglio di Stato, ma è roba da avvocati, noi facciamo i medici e non abbandoniamo i pazienti». È tra quelli che, bardati il più possibile, va anche da solo a casa dei contagiati: «È mio dovere, non possono impedirmelo. Applico perizia prudenza e diligenza, i principi della professione medica. Non giudico chi non vuole farlo o non è in grado».

L’antipatica distinzione tra medici buoni e cattivi è dietro l’angolo e Claudio Cricelli, presidente della Società di medicina generale, puntualizza: «È inutile fare gli eroi se non si è nelle condizioni di visitare in sicurezza, rischiamo di diventare noi stessi vettori del virus – spiega -. È giusto che l’accesso al domicilio del paziente infetto sia riservato a personale formato e attrezzato». E non si può scaricare sui medici di famiglia l’inefficienza delle Regioni, che «dovevano approntare le Usca e in molti casi non l’hanno fatto. Tra l’altro, una ogni 50mila abitanti nella situazione attuale non basta».

Con il paradosso che alcune Regioni a luglio, quando l’emergenza sembrava superata o quasi, queste Unità speciali le hanno dismesse, senza poi ripristinarle a settembre, all’inizio della seconda ondata, o facendolo solo in parte. «Le Usca sono state create perché avevamo la certezza che non sarebbe bastato ciò che c’era – interviene la sottosegretaria alla salute Sandra Zampa – ma ciò non significa che quello che i medici di base devono fare normalmente non vale più».

È su quel «normalmente» che si discute: l’assistenza al paziente si ferma o no davanti al Covid? Contano di più norme e procedure oppure codice deontologico e giuramento di Ippocrate? Che poi, se davvero i medici di famiglia devono limitarsi alla loro attività ordinaria, perché 4 su 10 (indagine Codacons) non rispondono al telefono ai loro pazienti negli orari di apertura dei loro studi? Chiedere al Tar.

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